Parco Sud Milano: e se le case di riposo diventassero fattorie?

Il Parco agricolo Sud Milano, area estesa per 46.300 ettari che interessa il territorio di 61 comuni,  comprende le tre antiche abbazie cistercensi di Chiaravalle, Mirasole e Viboldone, alcuni castelli, storici complessi agricoli fortificati e ben 1.400 aziende agricole.CC 2016.02.26 Parco Sud 001Il Parco Sud ha visto molte idee, tanti progetti, convegni a non finire ed i suoi prati sono stati idealmente calpestati da innumerevoli passerelle elettorali. Ma ancora oggi stenta a decollare una seria attività di coordinamento che muova da un’univocità di intenti, tanto è vero che ogni tanto qualcuno si pone delle domande. Per esempio il Comune di Cesano Boscone, che il 29 gennaio scorso ha organizzato la serata di informazione  “Il Parco Agricolo Sud Milano ha un futuro?”, momento di confronto pubblico pensato per conciliare l’ambito agricolo e quello cittadino, ricercando provvedimenti strutturali per diminuire le emissioni e per far conoscere le ricchezze di un territorio che può consentire l’avvio di nuove economie, basate sulla valorizzazione del made in Italy e del capitale umano. Insieme con agricoltori (pochi) ed istituzioni (scarse) vi hanno preso parte Giovanni Gottardi del WWF, Renato Aquilani dell’Associazione per il Parco Sud Milano, Domenico Finiguerra di Salviamo il paesaggio e Michela Palestra, Presidente del Parco.
Insomma: Nihil sub sole Novi Ligure, direbbero in provincia di Alessandria…
Fortunatamente il territorio del Parco comprende anche realtà dove non si convegna e non si chiacchiera ma si lavora concretamente e senza bisogno dei riflettori. Per esempio la Comunità Nocetum: questo luogo di spiritualità, accoglienza e condivisione situato nella Cascina Corte S. Giacomo, all’estrema propaggine meridionale di un quartiere da sempre considerato difficile, il Corvetto, promuove la connessione tra città e ambito rurale accogliendo al proprio interno un alloggio per donne in situazione di disagio e fragilità sociale e per i loro bambini ed organizzando percorsi didattici per scuole e gruppi, attività di volontariato ed iniziative per favorire l’integrazione, la coesione sociale e la valorizzazione del territorio.CC 2016.02.26 Parco Sud 002Ma anche altri nel Parco, per esempio mentre a Milano si inaugurava la monumentale esposizione sul cibo di plastica, continuavano a lavorare silenziosi, su piccola scala, attenti alla qualità e alle relazioni umane: agricoltori, gruppi, associazioni e reti che credono in un modo diverso di produrre, distribuire e consumare cibo. Sarà l’energia dell’ora et labora che ancora, a distanza di secoli, emana da quella terra? Chissà, può essere…
Alcuni progetti interessanti potrebbero riguardare la possibilità di far incontrare anziani e giovani per dialogo e scambio di conoscenze ed insegnamenti in un’ottica di aiuto reciproco, anche economico. Oggi sono considerati mondi lontani l’uno dall’altro, per via dell’età e degli spazi e dei momenti passati insieme, ma una volta accadeva spontaneamente: dove andava a vivere il giovane universitario fuori sede? A casa della vecchia zia che stava proprio nella stessa città sede della Facoltà. Oggi che l’assottigliamento delle vecchie zie ha assunto connotati preoccupanti, si potrebbe riscoprire ex-lege quello che il buon senso intergenerazionale aveva sempre dato per scontato. Ed ecco, per esempio, un centro di alloggio per anziani dove gli studenti potrebbero soggiornare gratis in cambio di un monte ore da dedicare a compagnia e supporto degli ospiti. E i ragazzi risparmierebbero almeno 500 Euro al mese di affitto insegnando, che ne so, l’uso di internet ed e-mail od organizzando il tempo ai nonni putativi i quali (non si sono assottigliate solo le zie, ma anche i nipoti, complice il drastico crollo delle nascite) sarebbero felici di chiacchierare con i ragazzi.
E se in questo mélange generazionale – lasciando stare l’ipotesi di trovare una zia ricca e sola, senza eredi e che veda nel giovane virgulto un perfetto erede da adottare – ci si inventasse una home farm e la casa di riposo diventasse una fattoria urbana? Dov’è scritto che la terza età debba essere considerata una specie di parcheggio in attesa della morte?CC 2016.02.26 Parco Sud 003Trasformare una casa di riposo in fattoria urbana non sarebbe difficile: gli anziani avrebbero un ruolo attivo coltivando frutta e verdura per autoconsumo e per la vendita. A costo quasi zero sarebbe terapeutico anche sotto il profilo della forma fisica, visto che è noto come essere attivi, avere dei progetti e vederne i risultati mantenga giovani, giovi all’umore e al fisico. Sembra un’ovvietà? Certo, lo è. Proprio per questo basta poco per trasformarla in realtà, oltretutto contribuendo alla tutela del territorio ed al recupero di edifici altrimenti destinati ad un progressivo degrado.

Alberto C. Steiner

Mangia di stagione: interessante iniziativa della Provincia di Roma

Vi siete mai chiesti perché la frutta estiva è ricca d’acqua e quella invernale è più asciutta? Semplice: perché se quella estiva fosse asciutta si surriscalderebbe, mentre se quella invernale fosse ricca d’acqua gelerebbe.Cesec-CondiVivere 2014.10.14 Agriasilo 004Non manca inoltre un’importante ragione nutrizionale, come vedremo al termine di questa premessa, necessaria per inquadrare la questione: come gran parte degli Italiani della mia generazione provengo da una famiglia di antiche origini contadine. Gli ultimi furono i miei nonni paterni: tra il Polesine e il Delta del Po si occupavano di agricoltura ed allevamento di bovini e anguille sino alla devastante alluvione del 1951, quando vendettero le terre e si ritirarono. Ma le tradizioni rimasero ed io, pur essendo nato in epoca successiva, ricordo che in concomitanza delle festività natalizie una delle prelibatezze era “l’uva di Natale”, bianca e decisamente dolce a causa dell’appassimento. Da quel momento e fino a settembre di uva non se ne parlava più. In primavera arrivavano a rotazione fragole, nespole, albicocche, ciliegie, fino all’apoteosi di pesche, meloni, angurie, lamponi, more e mirtilli, questi ultimi invero presenti tutto l’anno poiché opportunamente conservati venivano usati anche in cucina. Si chiudeva con pere, fichi, noci e uva, per passare a castagne, mele, arance e cachi.
Onnipresenti datteri, banane, ananas e frutta secca ma avocado, mango, tamarindo e via tropicando chi li ha mai visti sino ai primi anni Settanta?
Di pomodori e melanzane in inverno nemmeno a parlarne; cetrioli si, ma conservati in aceto e spezie all’uso tedesco. Crauti quanti ne volevamo: freschi in stagione, bianchi e rossi, in salamoia durante il resto dell’anno insieme con conserve di verdure miste sottaceto e barattoli di salsa di pomodoro. Le insalate, infine, marcavano le stagioni con i loro colori: il tarassaco – da noi detto pissacan – nelle sue progressionii di verde da marzo a ottobre, consumabile crudo e successivamente cotto; le lattughe, la riccia, la rucola sino al rosso del radicchio di Chioggia o di Treviso, o al bianco di quello mantovano.
Menzione speciale infine per la rucola, erba povera e spontanea sdoganata come si dice ora nelle preparazioni della cucina pseudopopolare riscoperta dall’intellighenzia ecochic degli anni Settanta. Quando mia nonna leggeva di certe ricette immancabilmente commentava con un “I g’ha scoverto l’acqua in canal” che sapeva di vetriolo…CC 2015.09.13 Mangia di stagione 001Oggi andiamo al supermercato ed in ogni momento dell’anno troviamo qualunque cosa, peraltro dalle provenienze più disparate.
Paleontologi ed archeologi fissano in 10mila anni fa la fine del Paleolitico con l’introduzione di agricoltura e allevamento presso alcune società euroasiatiche.
Ma ancora oggi tali pratiche non sono universalmente condivise: Pigmei, Boscimani, Indios amazzonici, Semang malesi vivono tuttora di quanto la natura offre loro spontaneamente. Per essere più precisi resistono all’apparentemente inesorabile avanzata delle società agricole e industrializzate. Il fatto che, ancora oggi, riescano a sopravvivere di sola caccia e raccolta significa che in determinate circostanze ambientali ciò rappresenta uno stile di vita efficiente: se la natura offre spontaneamente del cibo, perché compiere sforzi per procacciarsene altro?
Alle nostre latitudini, dove la natura è stata piegata dall’Uomo per sottostare alle sue esigenze, possiamo ancora trovare numerose specie vegetali selvatiche adatte all’alimentazione. Il loro numero è però in rapida diminuzione in ragione della costante perdita di biodiversità, dovuta principalmente alle logiche di mercato dell’agricoltura intensiva e al sacrificio di interi ecosistemi a favore di aree antropizzate.
La questione sembra apparentemente slegata dalla nostra quotidianità, e invece la nostra stessa esistenza è strettamente dipendente dalla biodiversità.
E così ho anch’io pronunciato il mantra catastrofista tanto caro a chi dovrebbe avere a cuore le sorti del pianeta, nonché i mezzi per potersene occupare salvo non andare oltre il blabla dei proclami e dei convegni…KL Cesec CV 2014.03.04 Ambiente maneggiare con curaIn ogni caso e come sempre le chiacchiere stanno a zero ma i numeri parlano chiaro: dall’anno 1900 ad oggi il 75% delle varietà vegetali è andato perduto, i tre quarti delle risorse alimentari mondiali dipendono da sole 12 specie vegetali e 5 animali e delle 75.000 specie conosciute solo 7.000 vengono usate in cucina. Delle 8.000 varietà censite in Italia nel 1899 ne sono rimaste 2.000.
Dalla fine della II Guerra Mondiale ad oggi delle 400 specie di grano esistenti il 90% sono scomparse. E che dire delle mele? Oltre un migliaio di antiche varietà ha ceduto il passo nell’80% dei casi a 4 varietà: due americane, una australiana e una neozelandese. Lo stesso vale per i pomodori: delle 300 cultivar commercializzate solo 20 sono autoctone. Stessa solfa per le altre solanacee, le cucurbitacee, i legumi e via elencando.
Il nostro Paese, con 57.000 specie animali, pari a un terzo di quelle europee, e 5.600 specie floristiche (il 50% di quelle europee) il 13,5% delle quali endemiche ha un patrimonio biodiverso fra i più importanti. Bene: 138 specie, il 92% delle quali animali, sono a rischio di estinzione a causa del consumo del suolo che erode gli habitat naturali, ed in ragione dell’intensificazione dei sistemi di produzione agricola. L’Italia, capeggiata dalla Lombardia, con il 43,8% di superficie coltivata è il Paese europeo con la maggior estensione di aree agricole. Ma l’abbandono dei sistemi tradizionali e naturali in favore di quelli industriali, l’impiego di sostanze chimiche dannose per il territorio, la logica della crescita infinita stanno abbattendo drasticamente il numero delle specie esistenti e, di quelle rimanenti, le qualità nutrizionali.
La delocalizzazione produttiva, nella quale noi italiani non siamo secondi a nessuno avendo da gran tempo acquisito direttamente o attraverso holding multinazionali immense estensioni di aree nel Sud del mondo, contribuisce inoltre a dare il colpo di grazia alla biodiversità.KL-Cesec - Supermercato - OrtofruttaLe nostre abitudini alimentari, rapportate a quelle dei nostri genitori e dei nostri nonni, sono state rivoluzionate nell’ultimo quarantennio attraverso il mutamento dello stile di vita, le aumentate disponibilità di cibo ed i trattamenti di raffinazione industriale: siamo le prime generazioni della storia ad avere il problema dell’obesità e del diabete sin dalla più tenera età.Cesec-CondiVivere 2014.12.03 Zingari 003Lo sviluppo delle produzioni intensive, delle monocolture e l’evoluzione delle capacità di trasporto hanno comportato che le disponibilità agroalimentari ci consentano di avere in ogni periodo dell’anno qualsiasi prodotto o perché coltivato in serra o perché proveniente da Paesi a stagioni rovesciate rispetto alle nostre.
I prodotti vengono però raccolti con largo anticipo rispetto alla loro disponibilità al banco, e la loro maturazione e conservazione avvengono spesso durante lo stoccaggio ed il trasferimento, non di rado grazie all’impiego di prodotti potenzialmente tossici.
Tutto questo si tramuta in un maggior costo:

  • economico, in quanto il prodotto deve ripagare dei maggiori investimenti compiuti per realizzarlo fuori stagione, per conservarlo o per farlo giungere da lontano fino al nostro Paese;
  • ambientale, in quanto si ha un dispendio di energia e un maggiore sfruttamento di risorse naturali (ad esempio il gasolio usato per riscaldare le serre);
  • nutrizionale, perché ogni tipo di frutta o verdura nasce, indipendentemente dalla volontà umana, per rinfrescare d’estate e riscaldare d’inverno. Pomodori e cetrioli, per esempio, sono tipicamente estivi per tale ragione, mentre carciofi e verze sono tipicamente invernali per la ragione opposta.

Per rieducare ad un consumo alimentare responsabile, salutare ed ecosostenibile l’Assessorato alle Politiche dell’Agricoltura della Provincia di Roma ha promosso una lodevole iniziativa diffondendo un simpatico volumetto di 34 pagine, dal titolo La stagionalità dei prodotti agricoli nella provincia di Roma.CC 2015.09.13 Mangia di stagione 002Di agevole consultazione e gradevolmente illustrato descrive mese per mese i prodotti stagionali, concludendosi con un interessante capitolo sulle conserve e con uno di utili indicazioni che aiutano a consumare prodotti quanto più possibile sani e ricchi dei loro nutrienti naturali. Il volume è scaricabile in formato pdf a questo indirizzo.
Pur esulando dall’argomento della stagionalità, accenno in chiusura alla questione della filiera corta: le sue caratteristiche consentono rispetto della stagionalità, migliore qualità e freschezza del prodotto; l’assenza di intermediari permette inoltre un più adeguato compenso degli addetti, spesso schiacciati dalle politiche della grande distribuzione.

Alberto C. Steiner

Hortus Urbis. Ma anche su terrazzi e balconi è boom.

Saranno anche grossolane, le incubatrici del nostro orto sul terrazzo, ma intanto da novembre ad oggi l’insalata è al quinto taglio. Ed ora abbiamo messo a dimora fragole, aromatiche, piselli e pomodori.Cesec-CondiVivere 2015.03.24 Orti urbani 002A quanto pare siamo nella media, perché sembra che sia il momento dell’orto. Secondo un’indagine condotta da Coldiretti e Censis il 46 per cento degli italiani accudisce spazi verdi nei giardini e su terrazzi e balconi. Lo fanno perché desiderano mangiare prodotti sani e genuini, per passione e per risparmiare.
Parlo quindi nuovamente di orto urbano, un mezzo piacevole e visibile per permettere la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, attuato grazie a scelte urbanistiche che vincolano suoli altrimenti destinati a cadere o nelle mani della speculazione edilizia o nel nulla contribuendo al degrado del paesaggio.
Per creare un orto urbano basta poco, e non servono progetti di archistar vere o presunte, come quello attuato a Firenze dove Comune e Coldiretti hanno firmato uno scenografico Community Garden nella zona di Borgo Pitti, in pieno centro della città. Per creare un orto servono la vanga e la camicia bagnata di sudore sulla schiena, non il CAd o il rendering.Cesec-CondiVivere 2015.03.24 Orti urbani 001Non dimentichiamo che nel nostro passato c’erano gli orti di guerra: spazi urbani accuditi dai cittadini e privi di qualsiasi delimitazione, recinzione o lucchetto.
L’orto privato assomma l’attenzione alla qualità del cibo, per intenderci quella che orienta buona parte delle scelte per la spesa, cura per l’ambiente attraverso un riappropriarsi di spazi altrimenti inoperosi e suscettibili di degrado ambientale e sociale, la riduzione dei costi di approvvigionamento alimentare e la soddisfazione dell’autoproduzione.
Anche il fisco è favorevole: grazie agli incentivi fiscali che possono arrivare al 65% di detrazione Irpef, i cittadini che devono ristrutturare il terrazzo possono optare per il giardino pensile: ambiente migliore, isolamento termico naturale e minori infiltrazioni di acqua piovana e possibilità di servire in tavola frutta e verdura prodotte in casa.
Se in anni recenti l’orto individuale ha segnato un salto di qualità, da hobby di una minoranza a stile di vita sempre più diffuso, l’orto urbano costituisce una vera e propria rivoluzione verde che nasce al confine tra le decisioni pubbliche e le azioni private. Dati in affidamento gratuito o in comodato ad associazioni o gruppi di cittadini, o addirittura acquistati attraverso lo strumento del GAT, Gruppo Acquisto Terreni, si sono triplicati nell’ultim biennio passando da una superficie complessiva di 1,1 milioni di metri quadrati a 3,3 milioni. Un boom favorito dai bandi dei comuni, per dovere di cronaca emessi nell’81 per cento dei casi nel Centro-Nord, e da un’idea più evoluta, concreta e meno ideologica della cittadinanza attiva. Se a Roma sono stati censiti ben 150 appezzamenti, a Bologna un bando per l’assegnazione di 108 piccoli lotti di terreno di proprietà comunale ha visto candidarsi oltre duemila famiglie.Cesec-CondiVivere 2015.03.24 Orti urbani 003Non trascurabile, inoltre, il fatto che gli spazi dell’orto urbano non vengono sottratti solo all’incuria, ma anche al controllo della microcriminalità che spesso li utilizza per spaccio ed altre attività illecite, costituendo una forma morbida di controllo del territorio.
Tornati ad essere luoghi della comunità gli orti cittadini possono addirittura diventare strumenti di politica urbanistica: modificano l’aspetto del territorio e la stessa geografia urbana, e ove adeguatamente curati contribuiscono ad attenuare l’effetto di squallore che siamo abituati a percepire approssimandoci ai grandi centri urbani, in treno o in autostrada.
Gli orti urbani costituiscono inoltre una potenziale leva per creare lavoro in uno dei pochi settori, appunto l’agricoltura, dove il trend dell’occupazione in Italia è decisamente di segno positivo.
E poi c’è l’adozione di aree verdi, parti di giardini che vengono curati dai privati anche attraverso sponsorizzazioni, con un doppio vantaggio per le amministrazioni comunali: risparmio sui costi per la manutenzione del verde e certezza di protezione del territorio. Padova e Casale Monferrato hanno deciso di ringraziare i cittadini che si occupano a proprie spese di giardini pubblici o alberi di strada con uno sconto sulla tassa per i rifiuti.
E per avere la certezza che non costituiscano solo un diletto ecochic, basta pensare che ai tavoli del breakfast del Waldorf Astoria, albergo sito in uno degli edifici-simbolo di New York, ogni mattina si serve il miele fatto in casa, ovvero sul tetto, grazie a una delibera municipale che ha ammesso l’apicoltura urbana. Sempre a New York i tetti dei grattacieli di grandi società o di istituzioni pubbliche, dalla Bank of America al Whitney Museum of Art, sono diventati orti.Cesec-CondiVivere 2015.03.24 Orti urbani 004E nelle scuole, perché no? Li chiamano Orti in Condotta, MiColtivo, Ortogonale: di fatto nelle scuole italiane si sta sperimento questo strumento di didattica ambientale. Scorrendo la lista degli orti scolastici che fanno capo al movimento Slow Food se ne contano 500, alcuni dei quali contribuiscono a coprire una parte delle forniture per la mensa, ed altri che arrivano a coltivare addirittura sette ettari, come la Principe di Piemonte a Roma.

Alberto C. Steiner

Medioevo prossimo venturo? È già arrivato

Partiamo da una premessa dal sapore filosofico anche se, argomentando di sopravvivenza, c’è ben poco spazio per la filosofia: la filosofia va bene quando si ha la pancia piena e a noi piace il fare, non le chiacchiere.Cesec-CondiVivere 2015.03.20 Medioevo prossimo venturo 001Come nel Medioevo, vediamo i primi segni di incastellamento: luoghi sicuri cinti da mura, nella versione moderna con portineria, sensori anti-intrusione e telecamere, villette circondate da mura (a quando il fossato con i coccodrilli?), pubblicizzate come luogo di assoluta tranquillita’ e sicurezza, luoghi in realtà niente affatto inespugnabili sorti in ossequio ad una mentalita’ chiusa che ha sviluppato il marketing della paura, chiusi come prigioni, ma in realtà solo prigioni dell’anima.
Quello che da tempo andiamo propugnando non è un concetto di isolamento, bensì di comunità, e niente affatto chiusa o isolata. Semplicemente una comunità dove le menti ed i cuori non sono stati messi all’ammasso. Comunità orgogliose della propria identità, libere dalla paura, aperte a chiunque nell’ambito del reciproco rispetto, pensate per essere libere dai condizionamenti mediatici, i cui abitanti amano se stessi e quindi il mondo.
Sembra che sia destino di ogni cultura umana seguire un percorso ciclico, da una fase iniziale di novità, espansiva e innovativa, ad una fase di assestamento per poi giungere alla fase terminale di disgregazione, arroccamento su idee ormai svuotate del contenuto, chiusura verso il mondo, individualismo, solo più un fantasma, parodia di se stesso, destinato ineluttabilmente a crollare, spazzato via come un fragile gigante di argilla.Cesec-CondiVivere 2015.03.20 Medioevo prossimo venturo 002Prendiamo per esempio il caso italiano: in soli quattro lustri, il cosiddetto governo è diventato la parodia di se stesso, arroccato contro un nemico esterno che non è mai esistito ma solo creato ad arte per distogliere l’attenzione, contro un fantomatico partito eversivo dei magistrati, contro quei comunisti che sono in realtà, come sempre sono stati, solo scarti di sacrestia.
Le frasi d’ordine ripetute incessantemente come dei mantra sono: “Non si puo’ contraddire la volontà popolare”, come se quella massa ormai amorfa e istupidita chiamata popolo fosse in grado di esprimere un parere autonomo, ma questa è la truffa mistificatrice di tutte le cosiddette democrazie… Altra frase topica: “Bisogna pensare a lavorare”, e infatti oggi un giovane su cinque è disoccupato…, e per finire: “Bisogna fare le riforme”.
Nel Medioevo il sovrano era investito della sovranita’ in quanto eletto da dio, ovvero incoronato dal suo rappresentante in terra, il papa. Ma oggi, dove il valore alto della cultura non è certamente un dio sia pure in versione trascendente, bensì il Popolo, ecco che l’investitura ovvero il voto degli elettori assume la stessa valenza simbolica.
Ma in una piccola comunità questo voto non serve a delegare, ma solo a stabilire chi gode della fiducia e si assume una responsabilità. In altre parole chi fa che cosa, sotto il diretto controllo degli altri membri della comunità stessa, a loro volta singolarmente responsabili di un aspetto della vita sociale. Incapaci o truffaldini non verrebbero puniti semplicemente non rinnovando loro la fiducia ma verrebbero estromessi dalla comunità, senza trascurare la rifusione del danno. Legge tribale? E perché no?
Ferma restando la massima libertà, il libero arbitrio responsabile di ciascun individuo, in ossequio alla nota massima di Aleister Crowley: “Fai ciò che vuoi sarà tutta la legge” con il corollario spesso volutamente dimenticato: “Amore è la legge, amore sotto la volontà”.
Quindi, non solo il sovrano non è infallibile, ma spesso – almeno dalle nostre parti – è nudo. E, sempre dalle nostre parti, vige il concetto della massima libertà. Ma libertà non significa affatto lassismo, permessivismo, fa cio’ che vuoi, né tantomeno Peace&Love a prescindere.

ACS

Montagna: giovani imprenditori, attenti ai nuovi camminanti!

Ancora oggi la montagna sa essere ostile come e forse più del mare: il suo territorio è un contesto complesso e pericoloso, non agevole quanto a comunicazioni specialmente durante l’inverno, duro da lavorare anche per l’impossibilità di utilizzare mezzi meccanici. In cambio di molta fatica la resa può essere scarsa. Il senso di isolamento, infine, ha fatto sì che nei decenni scorsi le montagne si spopolassero o, in alcune località, si trasformassero in isole per sport invernali che non solo nulla avevano a che fare con la cura del territorio, ma che contribuivano anzi a violentarlo: innumerevoli sono gli esempi di scempio condito da folclore, slavine, inquinamento, traffico, agenzie immobiliari, impianti di risalita e cannoni sparaneve devastanti.Cesec-CondiVivere 2015.03.13 Montagna 004Pur sapendo che il loro cammino sarà faticoso e che troveranno ostacoli di ogni tipo, molti giovani imprenditori stanno però tornando alla montagna, colpiti da quell’unicità che vi hanno saputo cogliere e dalla possibilità di dare vita ad un sogno.
Disillusi da una crisi economica che fa guardare di nuovo alla terra non tornano però semplicemente  all’agricoltura o all’allevamento ma inventano forme miste in cui turismo, valorizzazione e benessere costituendo alternative interessanti all’essere dei semplici coltivatori o allevatori. Giovani iperconnessi, consapevoli di quanto la comunicazione e la valorizzazione di prodotti e servizi siano dimensioni concrete quanto la natura che li circonda, avendo ben presente che il territorio montano costituisce il 43% della superficie nazionale.Cesec-CondiVivere 2015.03.13 Montagna 001Questi ragazzi sono spesso laureati in agraria, veterinaria, biotecnologie, economia, ingegneria, nessuno in filosofia o scienze politiche. E spesso lo sono in quel luogo di eccellenza che è l’Università della Montagna di Edolo. Riconsiderano la montagna per dare avvio ad attività nel settore agro-ambientale sapendo che non sceglieranno un esilio nel quale gli unici clienti saranno i pochi sopravvissuti all’esodo urbano ma, consapevoli di strumenti e tecnologie che aiutano a costruire una storia intorno al prodotto, ne valorizzano l’origine per farlo conoscere oltre i confini del singolo paesino.
Oggi racconto le storie di alcuni di questi startupper pionieri che hanno saputo trasformare in valore ciò che è percepito come marginale .Cesec-CondiVivere 2015.03.13 Montagna 002Parto da quella che mi piace di più: Stefania Savardi, titolare, in una piccola fattoria nei pressi del lago di Iseo a Solto Collina, dell’azienda agricola L’Asino del Lago, specializzata nella produzione di cosmetici ipoallergenici a base di latte d’asina e erbe officinali. Interessante in questo caso il concetto di multifunzionalità dell’azienda, costruita intorno all’asineria e attiva non solo per la produzione alimentare e cosmetica ma anche come fattoria didattica e centro di pet-therapy. È importante sottolineare come in questo caso sia fondamentale acquisire competenze specifiche sia nell’ambito dell’allevamento che della coltivazione in territori collinari-montani, luoghi che spesso vedono una frammentazione dei pascoli e terreni. Quest’ultimo aspetto risulta di fatto vantaggioso perché la verticalità del contesto aiuta a sfruttare climi diversi per coltivazioni ed esigenze di pascolo diverse.
A seguire Valentino Bonomi: ritorna alla montagna, dove era nato e cresciuto vicino a Edolo, dopo aver studiato economia a Milano. Diventa uno dei primi laureati dell’Università della Montagna e prende in mano l’azienda agricola di famiglia, concentrandosi soprattutto sull’allevamento di capre che permettono una produzione di formaggi e derivati di qualità nel caseificio annesso. All’attività dell’agriturismo, si affianca anche quella di fattoria didattica e vendita diretta di formaggi, salumi e marmellate prodotte in loco.
E poi Marco Tacconi, fondatore di Terraxchange, iniziativa di riqualificazione di terreni incolti che, tramite una piattaforma di annunci online, mette in contatto proprietari e appassionati orticoltori con la voglia di far tornare queste friches (come le chiamerebbe l’architetto paesaggista Gilles Clement) di nuovo produttive. Si tratta di una riqualificazione funzionale ed estetica, destinata a ridare vita e forma a piccoli appezzamenti che prima producevano solo erbacce. Nella maggior parte di casi, il pagamento per la gestione del terreno avviene attraverso la concessione al proprietario di una parte dei prodotti coltivati.
Ed infine Andrea Campi, cuoco e imprenditore dell’Osteria al Dosso di Aprica, che ha messo in piedi la Snood Kitchen per unire le sue due passioni: snow, la neve, e food, il cibo. Ha trasformato un gatto delle nevi in una vera e propria cucina professionale mobile capace di funzionare in condizioni estreme, con il quale intercettare una fetta di mercato costituita da un target giovane, attento alla qualità ma anche al prezzo, che in orario di pranzo si trova sulle piste da sci e non certo al ristorante. Snood Kitchen li raggiunge sulle piste, proponendosi anche come punto di ritrovo e intrattenimento: oltre al cibo, mette a diposizione consolle per dj, hotspot wifi e punto di ricarica per i cellulari. E, considerando la scomodità di pagare in contanti in abbigliamento da sci, Andrea ha studiato un pratico pagamento tramite rfid-tag che permette di caricare del credito nel proprio chip, oltre a promozioni per i clienti più affezionati.
Punto di contatto tra queste 4 storie, i loro protagonisti. Tutti laureati dell’Università della Montagna, l’ateneo che offre corsi di laurea triennale in Valorizzazione e Tutela dell’Ambiente e del Territorio, unici in Italia per la specificità di strumenti e conoscenze che offre.Cesec-CondiVivere 2015.03.13 Montagna 005Ed ora il rovescio della medaglia, nell’ottica di quel medioevo prossimo venturo del quale non mi stancherò mai di parlare. Sono già centinaia, ed anch’essi fuggono dalla pazza folla per riconquistare una dimensione bucolica. In campagna però, forse perché in montagna fa troppo freddo. Sono quelli dei centri sociali. Mentre i montanari lavorano, hanno raccolto le loro avventure in un libro, che già dal titolo fa incazzare: Genuino e clandestino, edito dall’ineffabile ecochic Aam Terra Nuova, dove tengono a precisare che vi si narra della fuga in campagna di dieci famiglie in stile hippy per attuare la sfida dei nuovi contadini anarchici. Clandestino? Anarchici? Non hanno ancora capito che la terra non vuole politicanti, la terra, anzi Madre Terra, ti spacca la schiena.
Battaglia in difesa della terra e nascita di una rete che si batte per coltivare e distribuire prodotti sani al giusto prezzo, affermano. Duri e puri finché dura insieme impastano il pane, zappano, arano coltivi, seminano, curano viti e frutteti, governano animali lottando contro le leggi insensate che stravolgono la cultura della terra, contro la burocrazia. Conducendo battaglie importanti come quella per il prezzo sorgente perché il prodotto non possa essere rivenduto sul mercato a 20-30 volte quel che è stato pagato al contadino. I clandestini si sostengono tra loro con una rete di 21 siti di coordinamento locale e gruppi d’acquisto da Torino a Matera, da Vicenza a Napoli, passando per l’Emilia, le Marche, la campagna romana e l’Aspromonte calabro, fino alle pendici etnee. Iniziativa encomiabile, almeno nelle premesse, ma la prima domanda che sorge è: a che titolo occupano le terre che desiderano far rinascere? Le okkupano? Se le fanno assegnare da qualche carrozzone socialpolitico in qualche modo legato alla tetta del terzo settore?
No, chiariamo il concetto: chi non paga il costo del terreno, chi non sta pagando un mutuo, si mette in una posizione di vantaggio sleale nei confronti degli altri. Inutile poi farsi belli, equi e solidali!
Lo so, sarò limitato e politicamente scorretto ma, a mio avviso, i migliori difensori della terra e della montagna, anche sotto il profilo legislativo, rimangono quelli che la vivono attraverso la consapevolezza della tradizione e del lavoro, non i fighetti ecochic dell’orto urbano e della cascina cuccagna, o che per una volta hanno spollonato l’uliveta in un centro di meditazione.
Fra gli obiettivi di questa nuova comunità c’è quello di “costruire un movimento che metta assieme i lavoratori precari della città con i lavoratori precari della campagna”. A posto siamo.
Date le radici ben piantate nella cultura dei centri sociali non prescindono dall’impegno ambientalista e politico: “La storia e le realtà del movimento sono storie di resistenza contadina in nome della terra come bene comune” affermano, sforzandosi per creare mercati di vendita diretta, momenti di “scambio di saperi, sapori e informazione” conditi da sfide per “rivendicare il diritto alla sovranità alimentare, alla difesa della terra e dei territori”. Sfide? A proposito di sfide, vi siete portati la vanga o solo i libri che parlano della Boje?
Nessun portavoce, niente strutture gerarchiche, solo un manifesto di principi condivisi che punta a saldare un’alleanza tra i neo contadini anarchici e i consumatori, per evitare le trappole dell’agrobusiness e di una green economy, verde solo nella facciata. Una rete sociale e ambientale, dunque, che produce il cibo e l’etica del cibo di domani. Perché mangiare bene, sano e al prezzo giusto è la nuova battaglia da vincere. In difesa della terra.
Naturalmente la RIVE, Rete Ideologica Villaggi Ecomagici, ci ha messo lo zampino e il patrocinio.
Qualcuno ce la farà, ma temo fortemente che i numerosi falliti costituiranno l’embrione dei nuovi camminanti, ma ben più pericolosi dei loro antenati: una nuova società di predoni che non si limiterà a vagabondare di villaggio in villaggio vivendo di lavoretti, piccoli furti e carità.
Che nei centri sociali e nei vari collettivi universitari vi fossero centinaia di braccia rubate all’agricoltura era un fatto noto: vedo con piacere che l’agricoltura se ne sta riprendendo qualcuna… Mi auguro solo che vivano del proprio lavoro, felici e contenti. E senza pesare su Pantalone quando si renderanno conto che con natura e stagioni non puoi sovvertire le regole. La natura non è anarchica, per farla produrre ci vuole fatica attenendosi scrupolosamente alla realtà, e se non sapranno gestirla non potranno dar colpa alla polizia e ai suoi manganelli. Staremo a vedere fino a quanto durano e cosa produrranno, possibilmente senza incentivi gratuiti.Cesec-CondiVivere 2015.03.13 Montagna 003E che non si sognino, almeno dalle mie parti, di venire a predare. Sappiamo già come accoglierli.

Alberto C. Steiner

Acqua, fonte non inesauribile

Lunedì 16 marzo 2015 alle ore 20.30 presso l’aula magna dell’Università della Montagna, a Edolo, si terrà il seminario Energia idroelettrica e montagna: quale futuro ci aspetta?, parte del un ciclo di incontri Conoscere il Bidecalogo CAI organizzati  in collaborazione con la Commissione TAM delle Sezioni CAI Valcamonica e Sebino. Primo relatore Alessio Cislaghi dell’Università degli Studi di Milano.Cesec-CondiVivere 2015.03.12 AcquaL’acqua, risorsa preziosa e insostituibile, è da sempre la fonte rinnovabile di energia per eccellenza per l’economia montana: dai grandi impianti e sino alle mini installazioni, l’energia idroelettrica ha saputo rinnovarsi completamente nel corso del tempo dovendo far fronte sia all’aumento dei consumi che alla prepotente ascesa di altre fonti rinnovabili come solare, eolico e termico.
Tuttavia, diversi sono gli impatti ambientali sul territorio. Per questa ragione il seminario presenterà brevemente il passato, il presente e il futuro di questa tipologia di energia rinnovabile discutendo di economia energetica e sostenibilità ambientale.
In margine all’incontro l’ing. Alberto C. Steiner di Cesec-CondiVivere presenterà ed illustrerà una breve memoria dedicata all’utilizzo dell’acqua piovana e di caduta come fonte gratuita di raffrescamento domestico in ambiti territoriali dove le condizioni igrometriche lo consentono e, una volta esaurito il ciclo, per l’irrigazione di orti e giardini.
L’incontro è aperto a tutti. La partecipazione è libera e gratuita.

ACS

Sopravvivenza: ultima chiamata

Da oggi la nostra presenza sui social sarà meno assidua. È giunto il momento di occuparci concretamente delle realtà che sono sorte in questi ultimi anni sulla scorta di ciò che iniziammo a paventare, considerati quanto meno degli eccentrici, attraverso l’individuazione ed il recupero di aree boschive, di campagna o di montagna: terreni incolti e abbandonati che con pazienza, competenza e amore, e mettendo mano al portafogli senza aspettarci che nessuno lo facesse per noi abbiamo recuperato e reso vivibili.Cesec-CondiVivere-2014.10.07-Medioevo-prossimo-venturoIl tutto all’insegna di quel Medioevo prossimo venturo del quale da anni andiamo parlando. Ecco, quel medioevo ha bussato alla nostra porta. Ma non ha trovato impreparate numerose famiglie che hanno riconsiderato quanto possa essere piacevole e vantaggioso vivere in una comunità ristretta, autosufficiente ed in grado di difendersi.
Ai nostri bambini non insegniamo le danze sacre di Gurgieffo, non possiamo permettercelo, per ora. Insegniamo loro a tirare con l’arco: silenzioso, ecologico, letale. Specie se le punte delle frecce sono imbevute dei succhi di certe erbe delle quali anche le nostre montagne abbondano. Per cacciare e per difendersi.
A bambini e bambine insegniamo a governare le forze della Natura, con amore e rispetto e senza menate del tipo “la meditazione è di sinistra, l’esoterismo è di destra“. Noi siamo senza dio e senza santi, sovrastrutture o madonne: non servono quando si tratta di sopravvivere.
Con buona pace dei peace&love di orientaleggiante meditativa memoria: quell’edu-castrazione tendente all’annichilimento delle coscienze, all’osservare, a sviluppare “il femminile che è in noi“.
Abbiamo bisogno di guerrieri, ora. Un domani ne riparleremo. 90/10, abbiamo sempre affermato. Vale a dire per pochi, non per tutti.
Ultima chiamata…

ACS

Green economy? L’ha inventata il Duce: si chiamava Autarchia

Premessa: se ciò che sto per scrivere sarà causa di turbamenti per i figli dei figli dei fiori, vale la risposta che Jack Nicholson, nei panni del colonnello dei Marines Nathan R. Jessep, diede al suo vice, tenente colonnello Matthew Andrew Markinson, nel film Codice d’Onore.
Ieri sera, breve attesa di un atterraggio. Deambulo presso il Careàs International Airport de Öre al Sère, Bèrghem, e in un cestone dell’edicola libreria, la modica cifra di 14 Euro oltretutto scontati del 50 per cento mi consente di illuminarmi sui temi rifiuti zero, rincorsa a un’economia a basso impatto ecologico, ricerca di una riduzione dei consumi e degli sprechi, riciclaggio totale dei rifiuti, dieta povera di carne che privilegi i vegetali, bioedilizia, città a misura di bicicletta, carburanti alternativi, energia solare…
Il programma elettorale di un partito ambientalista? La ricetta di un guru dell’ecologia? Nulla di tutto questo, sto parlando dell’Italia del 1935, quando il tema era all’ordine del giorno. E pensare che di rifiuti se ne producevano meno di un terzo rispetto a quelli attuali.Cesec-CondiVivere 2014.12.05 Autarchia Verde 001Il libro Autarchia verde, un involontario laboratorio della green economy di Marino Ruzzenenti edito da Jaca Book nel 2011 e, per quel che ne so, passato sotto assoluto silenzio (perché fuori dall’ortodossia che vede l’intellighenzia sinistrorsa-chic unica detentrice dei temi ecosostenibili? chissà…) prende semplicemente atto in meno di duecento pagine di piacevolissima lettura di come la crisi del 1929 prima e le sanzioni economiche poi abbiano fatto sì che l’Italia fascista si trovasse a dover affrontare negli anni Trenta molte di quelle sfide delle risorse, a partire dai carburanti, che ora attanagliano per ben diverse ragioni i Paesi cosiddetti avanzati.Cesec-CondiVivere 2014.12.05 Autarchia Verde 002E se in quel periodo molte nazioni, a partire dagli Stati Uniti del New Deal di Roosevelt che non faceva mistero di apprezzare le scelte economiche mussoliniane, furono costrette a mettere in campo scelte simili, solo in Italia si arrivò a una teorizzazione precisa e molto vicina agli ideali di alcuni fan della moderna sostenibilità ambientale.Cesec-CondiVivere 2014.12.05 Autarchia Verde 005“E poiché la fonte prima della produzione è la terra, la gran madre, quella che se lavorata non tradisce… combatteremo e vinceremo la battaglia dell’autarchia, intesa nel settore rurale a ricavare dalla terra prodotti che essa ci può dare” scriveva in proposito Benito Mussolini. Se è indubbio che molti esperimenti autarchici si rivelarono delle vere stupidisie, come scrive Giorgio Nebbia nella prefazione, altri avevano una solida base scientifica.Cesec-CondiVivere 2014.12.05 Autarchia Verde 006Il regime coinvolse da subito nel comparto energetico Guglielmo Marconi, il Cnr e almeno tre figure di grandi scienziati ebrei: Guido Segre dal quale nacque Carbonia, Mario Giacomo Levi per gli studi sul metano, Camillo Levi per quelli sul tessuto nazionale. Purtroppo, in quanto Ebrei vennero successivamente perseguitati ed allontanati dai loro studi e dal loro entusiasmo.Cesec-CondiVivere 2014.12.05 Autarchia Verde 007Cesec-CondiVivere 2014.12.05 Autarchia Verde 004Ma la loro eredità ebbe modo di protrarsi, come ci ricorda per esempio e niente affatto banalmente la rassegna Pitti Immagine Uomo del 2008, quando la griffe Milky Wear presentò abiti realizzati da derivati del latte, morbidi come un abbraccio, vale a dire una riedizione del Lanital realizzato in periodo fascista. Allo stesso modo moltissimi esperimenti pionieristici sull’eolico e sul solare furono cantierizzati e brevettati proprio in quegli anni. Per non parlare di una nuova visione del trasporto ferroviario.
Leggendo il libro di Marino Ruzzenenti mi sembra di sfogliare una moderna rivista ecologista: risparmio energetico, riciclaggio estremo dei rifiuti, raccolta porta a porta, lotta allo spreco, studio di nuovi materiali ecologici e sostenibili. Tutto questo lo ritroviamo nella fase autarchica degli anni ’30 in Italia, forse l’unico momento storico che, depurato dalle incrostazioni dovute all’ideologia fascista, in cui il nostro Paese ha potuto veramente definirsi una nazione sostenibile. Non solo ho riscontrato un rigoroso studio che mira a rivisitare le realizzazioni del periodo autarchico italiano, nella prospettiva di limitatezza dello sviluppo dovuto proprio alla connotazione del nostro Pianeta, ma anche la proposta di una chiave di lettura che offre interessanti spunti d’iniziativa che permetterebbero di uscire dall’impasse economico-ambientale in cui ci troviamo oggi.
Autarchia Verde mette peraltro in evidenza i limiti di alcune idee che si stanno facendo strada in alcuni settori ambientalisti come, ad esempio, una sperata autosufficienza alimentare del nostro Paese. L’Italia nel periodo antecedente alla seconda guerra mondiale contava circa 42 milioni di abitanti che riuscivano a malapena a sfamarsi, pur mettendo in campo quanto di meglio poteva offrire l’impegno autarchico. Come potrebbe essere autosufficiente oggi con 60 milioni di abitanti e con una fetta importante del territorio nazionale sacrificata alla cementificazione?
Stesso discorso vale per le materie prime. Si seppe trasformare il carbone in petrolio, tuttavia bisognava avere del carbone. Si rimpiazzò il carbone con la legna, in ogni caso bisognava averne a sufficienza. Il problema era: con che cosa ci si scaldava? Con il carbone? Ma allora, bisognava rinunciare ad utilizzarlo per fare del carburante.
Si rimpiazzò la seta con il rayon, ma bisognava avere la cellulosa. Se ne deduce quindi come l’Italia dovesse non solo pianificare delle strategie decrescenti, ma anche realizzare fitte reti di scambio con altri Paesi proponendo ciò che poteva offrire: allora come oggi eccellenze, cultura, arte e turismo senza per questo diventare un paese di ristoratori e camerieri.Cesec-CondiVivere 2014.12.05 Autarchia Verde 008Nonostante le numerose difficoltà da affrontare Giorgio Nebbia nella prefazione del libro ricorda che un’autarchia va oggi praticata perché abitiamo tutti in un’unica nazione, il Pianeta Terra, i cui confini sono chiusi: “Possiamo trarre quello che ci occorre soltanto dal suo interno e la nazione planetaria soffre degli stessi limiti che affliggevano i paesi in guerra nel XX Secolo. Contare sulle proprie forze, fare di più con meno non sono capricci, ma linee della politica economica da adottare nel XXI secolo”.
In conclusione, se è comprensibile che l’autarchia sia stata oggetto di ostracismo a causa dei suoi ccessi e del suo orientamento alla preparazione della guerra, uno dei meriti principali di questo libro è rammentarci che negli stessi anni, nei paesi democratici, le stesse politiche – come il citato New Deal di Roosevelt – avevano invece l’obiettivo di salvare la pace. Persino Keynes, nell’opuscolo intitolato La fine del laissez-faire, lo scrive chiaramente: “Inclino a credere che, quando il percorso di transizione si sarà compiuto, una certa misura di autarchia o di isolamento economico tra le nazioni, maggiore di quello che esisteva nel 1914 possa piuttosto servire che danneggiare la causa della pace”.Cesec-CondiVivere 2014.12.05 Autarchia Verde 003E gli attuali ecovillaggi non sono altro che l’emblema della ricerca di uno tile di vita rallentato all’insegna della decrescita a km zero: in altre parole comunità e autarchia.

Alberto C. Steiner

Non siamo Cassandre, siamo per la Finanza CreAttiva

Un uomo entra in banca e chiede in prestito 200 dollari per sei mesi. Il funzionario gli chiede quali garanzie può dare. L’uomo risponde: “Ho una Rolls Royce, ecco le chiavi. Tenetela finché non restituirò il prestito.”
Sei mesi dopo l’uomo torna in banca, rifonde i 200 dollari avuti in prestito più 10 dollari d’interesse e si riprende la sua Rolls. Il funzionario, incuriosito, gli domanda: “Signore, posso chiederle come mai una persona che possiede una Rolls Royce ha bisogno di chiedere in prestito 200 dollari?”
L’uomo risponde: “Dovevo andare sei mesi in Europa. Secondo lei, dove la parcheggiavo una Rolls per 10 dollari?” – da: Platone e l’ornitorinco di Thomas Cathcart e Daniel Klein, Rizzoli 2007
Finanza CreAttiva per sopravvivere al futuro
Abbiamo preso le mosse da questa storiella surreale
per parlare di povertà, flussi migratori, fame, sete e possibili iniziative finalizzate a salvarci dal futuro che ci aspetta. Il 10 ottobre presso il Teatro Dal Verme di Milano, in occasione della rassegna Meet The Media Guru, il sociologo e filosofo novantunenne Zygmunt Bauman ha affermato: “Lampedusa? Niente fermerà i migranti, persone superflue che cercano di rifarsi una vita. Qualsiasi cosa tenti di fare l’Europa, gli arrivi dall’Africa non finiranno, niente riuscirà a fermare chi è in cerca di pane e acqua potabile: né governi né tragedie del mare perché le migrazioni sono inseparabili dalla modernità. Infatti una caratteristica della modernità è la produzione di persone superflue: individui tagliati fuori dal processo produttivo che perdono la propria fonte di sussistenza. Il progresso economico consiste nel produrre la stessa quantità di cose che producevamo ieri con una minore quantità di lavoro ed a un costo più basso. Chi rimane tagliato fuori diventa una persona superflua. E non gli resta che andarsene, cercando un altrove dove ricostruirsi una vita.
Il sociologo ha aggiunto: “la popolazione dell’Unione Europea diminuirà da 400 milioni di persone a 240 nei prossimi cinquant’anni: un numero troppo basso per mantenere i nostri standard di vita, il nostro benessere. In base ad alcuni calcoli nei prossimi 20 o 30 anni sarà necessario accogliere in Europa circa 30 milioni di migranti.
Un fenomeno, sempre secondo Bauman, che gli stati nazionali, inadeguati di fronte alle sfide della contemporaneità, hanno pochi strumenti per arginare o regolare. Oltretutto i popoli non credono più che partiti e parlamenti nazionali siano ancora in grado di assolvere le funzioni per cui sono nati, non solo perché in alcuni casi i politici sono corrotti o incapaci, ma perché per queste istituzioni sarebbe strutturalmente impossibile realizzare quello che promettono agli elettori.
Per spiegarsi meglio Bauman cita Antonio Gramsci: “Viviamo in un interregno, un’epoca in cui il vecchio muore e il nuovo non può nascere: le regole e le leggi del passato sono scomparse, ma le nuove leggi non sono ancora state inventate. La sovranità degli stati nazionali è ormai in buona misura una finzione. Il potere è la capacità di fare, la politica è decidere che cosa fare. La globalizzazione ha fatto evaporare il potere degli stati nazionali verso poteri sovranazionali liberi dal controllo della politica. Se un governo provasse a realizzare ciò che davvero vogliono i suoi elettori, invece di ciò che esige la finanza, i mercati lo punirebbero con durezza“.
Sempre secondo Bauman “le economie europee hanno bisogno d’immigrati, perché senza di loro non potrebbero vivere. Se nel Regno Unito gli irregolari venissero identificati e deportati, la maggior parte degli ospedali e degli alberghi collasserebbe; credo si possa dire lo stesso per l’economia italiana.
Non è nostro intento confutare qui tali affermazioni, né lanciarci ad analizzare danni e benefici che l’immigrazione, controllata o meno, produce al tessuto sociale, all’economia, alle radici culturali.
Ci interessa semplicemente considerare un aspetto globale: le risorse alimentari e idriche non bastano per tutti, già oggi quasi un miliardo di persone muore, letteralmente, di fame mentre gli sprechi potrebbero saziare tre miliardi di persone. E almeno due miliardi di esseri umani soffrono la sete o hanno difficoltà a disporre delle risorse idriche.
Relativamente al cibo …

… pensiamo solo a frutti e ortaggi che, non rispettando le misure standard, vengono buttati via poiché agricoltura meccanizzata e vendita di massa richiedono uniformità.
Secondo Slow Food solo in Italia, dalla filiera e non dalla mancata vendita, vengono sprecate 4.400 tonnellate giornaliere di cibo, con le quali si potrebbero sfamare tre milioni di persone.
cesec,condivivere,vandanashiva,cohousing,ogm,biodiversità,ecosostenibilità,orobluVandana Shiva, vicepresidente di Slow Food e presidente del movimento ambientalista Navdanya ha recentemente dichiarato: “Il 50 per cento del cibo prodotto negli Stati Uniti viene gettato o non utilizzato” aggiungendo “Invece di un grande business legato alle monoculture, abbiamo bisogno di fattorie che preservino la biodiversità. Monoculture come la soia non risolvono i problemi legati al cibo, ma li creano. Si tratta di un circolo vizioso” ha concluso “perché il circuito della produzione industriale ha bisogno dello spreco per creare surplus“.
Le multinazionali delle sementi, oltre a guardarsi bene dal favorire la biodiversità e la tutela di un’agricoltura locale non invasiva, rispettosa delle specie e del territorio, sono quelle che già oggi ed ancor più nel prossimo futuro avranno letteralmente in mano le chiavi della dispensa: il massiccio ricorso agli OGM, organismi geneticamente modificati, che rendono definitivamente sterili molte specie ed improduttivo il suolo, crea un’ineluttabile dipendenza negli approvigionamenti consentendo a queste aziende di decidere chi mangerà e chi no. Ci sembra doveroso rammentare quanto allarme abbia suscitato la proposta di una legge europea, denominata Plant reproductive material law, il cui scopo è quello di creare un mercato regolamentato degli ortaggi e delle verdure a livello comunitario, ufficialmente per garantire la qualità dei prodotti e la salute dei consumatori. Partendo dalla premessa che ogni vegetale, frutto, albero debba essere testato e registrato prima di essere riprodotto e distribuito a fini commerciali si stava delineando uno scenario orwelliano che faceva addirittura paventare la proibizione di coltivare un orto per uso personale. Non potendo provare che il fine della norma fosse quello di svendere ogni zolla coltivabile alle multinazionali dell’agricoltura ci asteniamo dal commentare, non senza però registrare lo stato di notevole allarme suscitato nei mesi scorsi.
Fortunatamente, non sappiamo se e quanto in seguito all’imponente movimento di opinione creatosi, il testo della legge specifica chiaramente che il provvedimento non è applicabile a chi produce ortaggi o verdure per uso personale, nonché ad organizzazioni di volontariato, piccoli produttori con meno di 10 addetti, banche del seme ed istituti scientifici, organizzazioni rivolte alla conservazione delle risorse genetiche nonché al materiale riproduttivo scambiato tra persone che non siano operatori professionali. Si starebbe anche  lavorando a deroghe per  produttori di sementi destinati a coltivazioni biologiche, prodotti con valenza specifica locale e produzioni di nicchia. Una rondine non fa primavera, si dice, ma in questo caso il proverbio ci sembra debba essere letto al contrario. Chi vivrà – nel senso che non sarà morto di fame nel frattempo – vedrà…
In ogni caso giova ricordare che le varietà da conservazione sono entrate nel panorama legislativo sementiero già nel 1998 con la direttiva 98/95/CE. Successivamente sono state emanate altre tre direttive: la 2008/62/CE relativa a piante agricole e patate, la 2009/145/CE  sulle specie ortive e la 2010/60/CE dedicata alle miscele di sementi di piante foraggere destinate a essere utilizzate per la preservazione dell’ambiente naturale.
Due di queste direttive sono state recepite in Italia con i decreti legislativi 149 del 29 ottobre 2009 (piante agricole e patate) 267 del 30 dicembre 2010 (specie ortive). Entrambi i decreti sono tuttora vigenti.

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E veniamo alle risorse idriche …
… Il 17 giugno scorso rilanciammo un trafiletto pubblicato sabato 15 giugno su IO Donna, supplemento settimanale de il Corriere della Sera, che sintetizzava significativamente attraverso i numeri una considerazione di fondo: l’acqua, bene primario che dovrebbe essere considerata pubblica e agevolmente disponibile, lo è invece sempre più in funzione delle capacità economiche e tecnologiche. Di seguito il testo:

La terra trema – NUOVA MAPPA: UN TERZO DEL MONDO E’ ASSETATO
Migliora la situazione in Cina e in India. Ma si degrada nell’Africa subsahariana e in Ucraina. Il rapporto 2013 dell’Oms aggiorna la mappa dello “stress idrico”. Ed eleva la cifra ufficiale di chi nel mondo non ha accesso all’acqua potabile a 2,4 miliardi. Aumenta il numero di impianti che veicolano acqua buona nelle case, ma anche la popolazione cresce. E paradossalmente, ci sono meno rubinetti oggi che nel XX Secolo. Tra le aree critiche: il Nilo (l’Egitto la fa da padrone, rispetto a Sudan, Eritrea, Etiopia e Kenya), il Mekong (il Vietnam preleva per abitante più di Thailandia, Birmania, Laos) e Israele, gestore unico delle risorse idriche anche nei territori occupati. (P.P.)

Esiste una terra di nessuno …
cesec,condivivere,oroblu,sete,ecosostenibilità,cohousing,finanza… chiamata finanza creativa della quale i mezzi di informazione parlano poco, e solo superficialmente o in toni scandalistici quando accade qualche disastro: terra dei derivati e dell’utilizzo spregiudicato e pericolosissimo che se ne fa nei chiaroscuri dell’alta finanza. Un modo per fare soldi a palate scommettendo sulle nostre paure più ancestrali. Nulla è più catastrofico che scommettere sulle riserve mondiali di cibo ed acqua. Infatti l’Acqua è da tempo nel mirino della speculazione: banche d’affari, fondi di investimento, multinazionali ed altri attori economici mondiali, compresi FMI e Banca Mondiale, sono già pronti a mettere la mani su questa fonte primaria per la vita umana.
Friedrick Kaufman, professore presso la City University di New York, in un articolo apparso sulla testata britannica Nature e ripreso il 21 dicembre 2012 da Internazionale sostiene che la prossima grande risorsa mondiale non sarà costituita da oro, grano o petrolio bensì da acqua. L’acqua potabile, poiché entro un ventennio almeno tre miliardi di persone avranno problemi a reperire quella necessaria per vivere.
Questo scenario, scandito dall’ossessione per la penuria idrica mentre estati interminabili e caldissime si ripetono con cadenza allarmante rappresenta il massimo che uno speculatore possa desiderare. Gli investitori adorano le situazioni apocalittiche: violenza e caos nascondono sempre possibilità di guadagno e creare denaro speculando sulla mancanza d’acqua in un’area geografica o in un settore, non è una previsione fantascientifica bensì una realtà molto vicina.
E per la finanza creativa, che produce molto di più del Pil mondiale ed è passata dai 500 miliardi di dollari del 1980 agli oltre 60 trilioni di dollari di oggi – cifra che molti hanno sentito pronunciare solo da Zio Paperone – la paura è sempre un ottimo affare. Oggi i grandi profitti, generati da strumenti finanziari totalmente separati dalla realtà, non nascono più dalla compravendita di case, grano, materie prime, auto ma dalla manipolazione di concetti eterei come rischio e collateralizzazione del debito. Ed a quanto pare investire in un indice del mercato dell’acqua sta diventando un’idea sempre più appetibile.

Torniamo per un istante a Zygmund Bauman …
… poiché riteniamo interessante riportare quanto da egli scritto in Modus Vivendi (Laterza, 2008) a proposito delle nostre prospettive di vita:
Il terreno su cui poggiano le nostre prospettive di vita è notoriamente instabile, come sono instabili i nostri posti di lavoro e le società che li offrono, i nostri partner e le nostre reti di amicizie, la posizione di cui godiamo nella società in generale e l’autostima e la fiducia in noi stessi che ne conseguono. Il progresso, un tempo la manifestazione più estrema dell’ottimismo radicale e promessa di felicità universalmente condivisa e duratura, si è spostato all’altra estremità dell’asse delle aspettative, connotata da distopia e fatalismo: adesso progresso sta ad indicare la minaccia di un cambiamento inesorabile e ineludibile che invece di promettere pace e sollievo non preannuncia altro che crisi e affanni continui, senza un attimo di tregua. Il progresso è diventato una sorta di gioco delle sedie senza fine e senza sosta, in cui un momento di distrazione si traduce in sconfitta irreversibile ed esclusione irrevocabile. Invece di grandi aspettative di sogni d’oro, il progresso evoca un’insonnia piena di incubi di essere lasciati indietro, di perdere il treno, o di cadere dal finestrino di un veicolo che accelera in fretta.
Per parte nostra aggiungiamo che se si producono risorse impiegando un sempre minore numero di addetti che, di fatto estromessi dal processo produttivo e dalle attività collaterali, non dispongono più delle risorse per acquistare non solo i beni voluttuari, ma anche quelli necessari alla sopravvivenza, si crea una popolazione di affamati.
Ma se la gente non ha soldi per mangiare chi compra i beni prodotti? La risposta c’è: come da più parti si afferma è in atto un mercato della sostituzione: i vecchi acquirenti nordamericani ed europei lasciano il posto a cinesi, indiani, brasiliani, centroafricani di quei paesi dove il trend di sviluppo è attualmente in corsa.
I migranti, i disperati, provengono da paesi con conflitti in atto e da paesi con una miseria endemica. In non pochi casi, però, questi paesi sono ricchi di risorse naturali, i cui proventi rimangono strettamente saldi nelle mani di oligarchi, di veri e propri satrapi e non vengono affatto utilizzati per il benessere di quelle popolazioni. Gli stessi satrapi sono altresì i gestori delle derrate umanitarie che, non infrequentemente, costituiscono la principale risorsa alimentare di quelle genti. Nei paesi dei quali stiamo parlando, giova rammentarlo, si estraggono spesso petrolio e minerali preziosi, si esportano varietà alimentari, spezie e legni di pregio.
Queste orde di esseri umani, peraltro, non sono mai state educate a vivere di lavoro bensì di sussistenza e, come primitivi nomadi predatori, si spingono ovunque vi possa essere una fonte di sostentamento. Ma esportando il loro modello, quello dell’assistenzialismo passivo.

E veniamo al medioevo prossimo venturo …
… Non casualmente era il titolo di un libro che Roberto Vacca scrisse addirittura nel 1970 ipotizzando un’improvvisa regressione della civiltà umana, dovuta ad un blocco tecnologico e all’esplosione demografica, tali da costringere l’umanità a ritornare a forme di vita e di lotta simili a quelle medioevali.
Poco tempo fa l’Autore, in occasione di una riedizione del libro, ebbe a dichiarare che – essendo ingegnere – aveva basato su modelli matematici molte delle sue previsioni, non avveratesi soprattutto perché non si è (ancora) verificato il blocco tecnologico ipotizzato come base della crisi mondiale; per contro si è rivelato esatto il calcolo dell’incremento della popolazione della Terra, stimata in oltre sei miliardi di individui all’inizio del terzo millennio.
Curiosamente, nel 1989 uscì un libro analogo e dal titolo identico: l’Autore, uno statunitense del quale si sono perse le tracce, ipotizzò che a causa del depauperamento dissennato delle risorse non rinnovabili in tempi compatibili con l’esistenza umana – in ragione dell’utilizzo massiccio che le tecnologie ne avrebbero richiesto – nonché della deforestazione e dell’inquinamento atmosferico, idrico e del suolo, la terra non avrebbe più potuto sfamare i suoi abitanti nonostante anzi proprio in conseguenza del massiccio ricorso agli OGM, organismi geneticamente modificati, che avrebbero definitivamente reso sterili molte specie ed improduttivo il suolo.
Le risorse alimentari si sarebbero pertanto vieppiù ridotte diventando privilegio di pochi, le città si sarebbero trasformate in bolge infernali sempre più pericolose e sempre meno vivibili, e le campagne sarebbero state percorse da bande di predoni decisi a tutto pur di assalire chiunque possedesse cibo, qualunque esso fosse. Anche carne umana? non sappiamo, e speriamo di non saperlo mai.
L’umanità avrebbe dovuto fare i conti con una delle più ataviche fra le paure: la fame.
L’ignoto autore del libro scritto nel 1989 ipotizzava altresì due fenomeni che si stanno puntualmente verificando: lo scioglimento progressivo dei ghiacciai e l’innalzamento del livello degli oceani, rendendo inabitabili non solo città costiere, ma anche insediamenti lontani dal mare sino ad altitudini non trascurabili: per quanto riguarda l’Italia, secondo tale previsione non solamente città come Genova, Napoli, Palermo e Venezia cesserebbero di esistere, ma anche Firenze, Milano, Pavia, Rovigo. La sicurezza potrà essere conseguita a partire dai 600 metri di altitudine.
Gli esseri umani avranno un’unica possibilità di sopravvivenza: riunirsi in piccoli insediamenti autosufficienti sotto il profilo energetico ed alimentare, sfruttando le risorse del territorio ed acquisendo la capacità di difendersi da eventuali attacchi.
Decrescita, condivisione, co-housing, rispetto per il territorio, chilometro zero, utilizzo selettivo e responsabile delle risorse: in pratica ci stiamo arrivando mentre le difficoltà economiche ci costringono a rivedere la scala dei bisogni reali o presunti. Che la decrescita alla quale volenti o nolenti saremo costretti possa contribuire a riqualificare il nostro rapporto con la Natura e con i nostri simili?

Se fossimo tutti consapevoli …
… della limitata disponibilità delle risorse, e se tutti ci sforzassimo di portare ciascuno il proprio contributo produttivo, senza sprechi e nel rispetto dell’ambiente – e questa potrebbe essere la logica del villaggio globale in un mondo perfetto – forse potremmo anche salvarci da ciò che ci aspetta. Invece non sarà così.
Per cominciare il concetto di villaggio globale è stato a suo tempo creato partendo dall’idea di uniformare i popoli nella direzione di una monocultura appiattente e massificatrice. L’unico esito tangibile di questo è che in ogni angolo del mondo troviamo un McDonald’s ed almeno una via dello shopping con negozi tutti uguali a quelli di qualsiasi altra città. Ma nulla è stato fatto per una reale integrazione, anzi si sono vieppiù fomentati nazionalismi o divisioni in nome di fedi religiose. Mistificazioni, notizie inventate, credenze che grazie ai mezzi di comunicazione si espandono in modo virale non giovano al concetto di pace, convivenza e reciproca tolleranza.
L’oligarchia, sia essa occulta o meno non ha importanza, che detiene il potere mondiale ha inoltre interesse a focalizzare l’attenzione delle masse verso falsi obiettivi e verso una conflittualità crescente, per distoglierla da ciò che dovrebbe invece essere sotto gli occhi di tutti: la manipolazione delle coscienze finalizzata ad occultare giochi di potere economici e finanziari su scala mondiale.
Poiché la Storia, nonché la nostra modesta esperienza di Vita, ci hanno insegnato a non fidarci della capacità umana di ricompattarsi sotto un’unica bandiera di amorevolezza, collaborazione e valori condivisi, saremo pessimisti ma sicuramente realisti ritenendo che il futuro che ci aspetta, stanti queste premesse, sia semplicemente spaventoso.
Considerato che le politiche comunitarie, nazionali, locali e persino le ventate autonomiste ed indipendentiste hanno sin qui dimostrato di non perseguire l’interesse di chi dichiarano di rappresentare bensì le ambizioni di chi le guida ed interessi finanziari ed economici di parte, anche qui più o meno occulti, non resta a nostro avviso che ipotizzare due soluzioni, non disgiunte l’una dall’altra bensì fra loro indissolubilmente complementari.
Recuperare spazi di condivisione abitativa per piccoli nuclei autonomi il più possibile autosufficienti;
Acquisire il possesso delle fonti d’acqua affinché l’acqua stessa sia salvata dalla speculazione e resa disponibile a costi accettabili per la comunità locale che ne farà uso;
Questo presuppone di non assaltare i santuari della finanza in stile ecologisti arrabbiati di lusso (e ciascuno metta il nome che preferisce) ma combatterli con le loro stesse armi, in una logica di tante public-companies strutturate per l’autoconsumo ed eventualmente federate tra loro per garantire un’economia di scala, una forza contrattuale di base ed un’uniformità normativa.
Questo presuppone di non sottrarre più neppure un metro quadro di suolo a Madre Terra, bensì di recuperare borghi e villaggi dismessi (e solo in Italia sono oltre un migliaio) per farne unità condivise di vita e di lavoro.
Questo consente che, come vedremo più avanti, sia tutelata e salvaguardata l’unicità locale non solo in termini di cultura, origini e tradizioni ma anche di specie autoctone, saperi e sapori; un po’ come avvenne nel medioevo grazie alle abbazie, per intenderci.
Questo significa non farsi illusioni sul Peace&Love cui ci ha abituati una cultura promanata sin dagli anni Sessanta del secolo scorso, sostanziata sia dalla chiesa cattolica sia dalle varie filosofie di matrice orientale che predicano un pacifismo di maniera più teorico che reale. Non farsi illusioni significa, in buona sostanza, che queste comunità dovranno essere in grado di difendersi da inevitabili attacchi e scorrerie di predoni.
Significa che dal concetto di villaggio globale, dal concetto di unione di stati, dal concetto di nazione passeremo a quello di Borgo in un neofeudalesimo, in una nuova età dei comuni? Non sarà proprio così, ed ora ne esplichiamo le ragioni.

Per cominciare citiamo una frase evangelica …
siate pronti, perché non conoscete né il giorno né l’ora. Quest’esortazione è più che mai attuale. Partendo dal dissesto geopolitico, sociale ed idrogeologico iniziamo citando Nietzsche per illustrare uno scenario tutt’altro che fantascientifico, collocato in un niente affatto remoto Medioevo prossimo venturo: Non vuoi oggi salire su un alto monte? L’aria è pura e puoi scorgere più mondo che mai.
Ci limitiamo ai fatti di casa nostra per affermare come sia ormai palese quanto l’Unione Europea propugni una strategia mirata a costituire una Paneuropa feudale partendo dallo sfaldamento della cultura locale di un qualunque popolo europeo o del cosiddetto sentimento nazionale anche attraverso la simbolica eurocentrica: Euro, bandiera, Erasmus, Inno alla gioia di Beethoven eletto ad inno europeo, passaporto, parlamento e Stati artificiali, Alpen-Adria, AER, CCRE in esecuzione di quel processo disintegrativo che taluni sostengono iniziato nel 1990 con lo sfaldamento dell’ex-Yugoslavia e che è tuttora visibile in Germania, Belgio, Spagna, Francia e persino Italia attraverso l’ascesa dei partiti autonomisti.

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L’unica forma di difesa possibile …
… da tutto questo non potrà, a nostro avviso e secondo una ben precisa chiave di lettura, che portare in una direzione: quel piccoli insediamenti autosufficienti di cui abbiamo scritto sopra, autosufficienti e – piaccia o meno – in grado di difendersi. Il feudalesimo probabilmente non avrà più i caratteri che abbiamo studiato sui libri di storia, magari sarà un Federalesimo o un Consorzianesimo, insomma un’alleanza fra borghi, villaggi, territori, comprensori.
Che, grazie alla profonda consapevolezza ed alla capacità di sentire con il cuore di quelli che immaginiamo saranno gli abitanti dei borghi risorti dal recupero di insediamenti abbandonati, avrà in alta considerazione la cultura dell’accoglienza del Viandante che viene in pace. Ma riprenderà nel contempo finalmente ad onorare la figura del Guerriero.
Per parte nostra ci permettiamo di raccomandare, citando Cromwell: abbiate fiducia in Dio e nel prossimo, ma tenete asciutte le polveri. Anche se, passateci la battuta, alle polveri preferiamo di gran lunga l’arco: silenzioso, fulmineo, letale, ecologico.
La formula vincente per ottenere tutto questo si chiama cohousing, che non è solo un modo di abitare ma di cambiare abito mentale: dal lavoro come produzione, che vede solo crescite esponenziali senza ragione, al lavoro come servizio dove la produzione non ha in vista solo beni e merci, di cui non sapremmo neppure cosa fare se non fosse per bisogni e desideri indotti, ma anche erogazione di tempo, cura, relazione. In una parola: Condivisione.
Il cohousing è un nuovo modo di abitare con spazi e servizi condivisi tra persone amiche che si sono scelte e che insieme hanno progettato la propria comunità residenziale. Chi vive in cohousing – e sono già più di mille gli insediamenti di questo tipo nel mondo – vive una vita più semplice, meno costosa e meno faticosa decidendo innanzitutto cosa condividere: un micronido per i bambini, un orto o una serra, un living condominiale, un servizio di car sharing o una portineria intelligente che paga le bollette e ritira la spesa. Solo per fare qualche esempio.
Naturalmente, sulla scorta delle nostre competenze professionali, stiamo organizzando l’ampio ventaglio di risorse necessarie a realizzare i progetti di cohousing: ricerca delle aree idonee, progettazione sostenibile degli interventi, formazione dei gruppi promotori e loro evoluzione in comunità organizzate, design di spazi e servizi comuni.
Il cohousing non è più da vedere come una comune più o meno hippy, rifugio di strafatti e sbandati, anche se sopravvivono iniziative di questo tipo: di solito vere e proprie topaie che lasciano molto a desiderare anche sotto i profili organizzativo, delle relazioni fra gli abitanti e persino igienico-sanitario. Siamo certi che scompariranno entro breve tempo.
Le comunità di cohousing combinano l’autonomia dell’abitazione privata con i vantaggi di servizi, risorse e spazi condivisi (micronidi, laboratori per il fai da te, auto in comune, palestre, stanze per gli ospiti, orti e giardini…) con benefici dal punto di vista sia sociale che ambientale.
Tipicamente consistono in un insediamento di 20-40 unità abitative, per famiglie e single, che si sono scelti tra loro e hanno deciso di vivere come una comunità di vicinato per poi dar vita – attraverso un processo di progettazione partecipata – alla realizzazione di un villaggio dove coesistono spazi privati (la propria abitazione) e spazi comuni (i servizi condivisi).
La progettazione partecipata riguarda sia il progetto edilizio vero e proprio – dove il design stesso facilita i contatti e le relazioni sociali – sia il progetto di comunità: cosa e come condividere, come gestire i servizi e gli spazi comuni, mentre le motivazioni che portano alla coresidenza sono l’aspirazione a ritrovare dimensioni perdute di socialità, di aiuto reciproco e di buon vicinato e contemporaneamente il desiderio di ridurre la complessità della vita, dello stress e dei costi di gestione delle attività quotidiane.

Questo scritto nasce anche come premessa …
… all’illustrazione di progetti, raccolta di idee, condivisioni e adesioni in una logica che intende essere sin dall’inizio partecipativa e con una particolarità che è un po’ il nostro Manifesto: nessun metro quadro in più sottratto alla Natura con nuove costruzioni, bensì il recupero di luoghi esistenti e dismessi. In Italia se ne contano oltre mille: borghi abbandonati che possono tornare a nuova vita, in una logica di decrescita e rispetto dell’ambiente.
Ma chi, già oggi,  desidera vivere in cohousing? Un identikit del cohouser parte dalla storia di un’utopia diventata realtà ed ha a che fare con il vivere insieme condividendo spazi e servizi con i vicini di casa: lavanderia e stireria, ludoteca, biblioteca, orto, giardino, palestra, mezzi di trasporto e chi più ne ha più ne metta pur mantenendo la privacy nel proprio appartamento.
L’idea non è così nuova per chi ha vissuto la ventata degli anni a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, ma le neotribù attuali non sono certamente formate né da nipoti dei Figli dei Fiori né da idealisti New Age, piuttosto da un panorama eterogeneo di singles giovani e meno giovani, coppie senza figli e famiglie più o meno numerose, anziani in cerca di socialità.
E l’attuale cohouser non è tipo da comune o casa collettiva ma è per l’abitare insieme in modo organizzato, vivendo in edifici pensati o recuperati per più nuclei, scegliendosi i vicini di casa. Si abbattono i costi fissi di alcune aree perché uso e proprietà sono ripartiti su più persone, la convivenza intergenerazionale è facilitata, e sono favoriti gli scambi di vicinato.
Altro valore forte, il basso impatto: gli edifici sono pensati per consumare poco o addirittura pochissimo attraverso tecniche costruttive o ricostruttive che vanno sotto la denominazione di casa clima, casa passiva, bioarchitettura.
Abitare in cohousing vuol dire molte cose, una in particolare: ritrovarsi tra persone interessate a un modo comune di concepire la vita a partire dalla dimensione quotidiana; ogni gruppo fa storia a sè e il percorso intrapreso è sempre su misura.

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Vivere in un ecovillaggio …
… non è quindi una protesta verso il sistema, non è un sogno romantico o un’utopia, ma una scelta razionale e motivata di dare priorità nella propria vita ad aspetti quali il senso di comunità e l’ecologia.
Storicamente vivere in un villaggio in armonia con la natura non era una scelta consapevole ma l’unica possibilità; ora invece gli ecovillaggi diventano comunità intenzionali di persone pienamente consapevoli di vivere in modo che rema in direzione contraria alla spinta della società circostante. Il sentimento di appartenenza ad una comunità viene da lontano, è innato nella natura umana. La tecnologia, l’organizzazione sociale, la nascita delle metropoli, la corsa verso il successo individuale han dato l’illusione che il nuovo essere umano non avesse più bisogno dell’appoggio di una comunità, creando la tendenza verso una vita sempre più individualista e solitaria. Evoluzione ben rappresentata dall’anonimo palazzone cittadino, dove un numero svariato di vite sono rinchiuse tra queste mura, cercando una nicchia di intimità dietro spesse porte blindate di appartamenti tutti uguali, ignorando completamente l’esistenza di vicini sovente visti solo come una molestia. La vita di comunità è l’opposto, è il compromesso di vivere in un gruppo, di solito non troppo numeroso in modo che tutti i membri si conoscano personalmente. Pur praticando una parziale comunione dei beni, la vera essenza di comunità è esaltata nell’appoggio reciproco.
Un gruppo su cui contare vuol dire miglioramento della qualità di vita, con esempi pratici quali la cura condivisa dei bambini, la possibilità di facilitare e rendere più attraenti lavori comunitari, la creazioni di posti di lavoro all’interno della comunità stessa. Inoltre la vita comunitaria è un costante stimolo alla crescita personale, in quanto persone a stretto contatto quotidiano sono obbligate a confrontarsi su scelte in comune, a discutere, a parlare apertamente dei problemi che invariabilmente sorgono e questo migliora la comunicazione con gli altri e con se stessi ed aiuta a vedere con più chiarezza il nostro misterioso mondo interiore. L’armonia della vita comunitaria si ripercuote conseguentemente nella cura dell’ambiente circostante. La concezione di tutela ambientale è variabile, ma principalmente si attua nel tentativo di produrre la maggior parte del cibo che si consuma, coltivando orti vicino alle case, di affidarsi a energie rinnovabili, di ridurre i consumi e di limitare l’utilizzo delle automobili. I bambini di un ecovillaggio possono trascorrere le giornate scorazzando per strade prive di auto, giocando nei giardini comunitari, nei campi e nei boschi senza necessità della miriade di giochi che popolano la vita dei bambini cresciuti negli appartamenti. Infine la spiritualità, che racchiude aspetti controversi perché storicamente è stata ingabbiata dalla religione. La spiritualità si accompagna in modo naturale al rallentamento dei ritmi, al contatto con la natura, poiché il materialismo non è sufficiente a saziare l’innata curiosità dell’essere umano. La spiritualità significa arte, musica, contemplazione, meditazione, riflessioni. Il tutto si associa spesso ad altri movimenti quali la permacultura, la decrescita, termini che evocano ancora in tanta gente uno scenario di ristrettezze, un ritorno all’età della pietra e una rinuncia. Ma non è questo il punto, tutt’altro, l’obiettivo è lo stesso di tutte le attività umane, la felicità e il benessere, che vengono ricercate, però in una forma che predilige l’armonia con la natura e l’ambiente.

Il cohousing rurale montano …
… costituirà in futuro la reale e più adeguata forma di salvaguardia del territorio, oltre che di protezione dagli accidenti climatici e dalle scorribande dei predoni di cui si diceva più sopra.
Niente folclore da cartolina: prati fioriti di mille colori, alte vette che fanno da quinta, aria cristallina, mucche sparse a brucare che sembrano messe lì come in un presepe, il mandriano, i cani, le baite, il formaggio saporito, il burro giallo che si conserva nell’acqua gelida del torrente mentre la polenta brontola nel paiolo sul fuoco del camino…
L’agricoltura in montagna non è per tutti. E’ fatica, è lavoro duro, è gestione, manutenzione, valorizzazione di territorio e paesaggio frutto di un’attività economica e produttiva che per millenni ha costituito la principale fonte di sostentamento e il centro identitario e culturale del territorio e delle popolazioni.
Le tracce di questa cultura e di queste attività improntano tuttora in modo indelebile e diffuso il territorio, il paesaggio, i modi di vivere, le tradizioni, l’architettura, i cibi, i prodotti alimentari ed i manufatti artigianali lasciando, in montagna forse più che altrove, i segni di un’identità forte che agli occhi degli estranei viene percepita come luogo di tradizioni senza tempo. Costituiscono la nostra matrice culturale, le nostre radici, attraverso una storia millenaria ha costruito in Alpe il paesaggio di cui oggi godiamo come straordinario testimone che ci racconta la vita delle sue genti e ci apre alle bellezze di ambienti frutto di fatiche secolari poiché, all’interno di questo sistema che ha funzionato perfettamente fino ad alcuni decenni fa, la valorizzazione delle risorse pastorali è stata una delle chiavi di successo e di sopravvivenza delle popolazioni, armonico ed equilibrato rapporto tra risorse del fondovalle e degli alpeggi che ha permesso lo sviluppo di forme integrate di economia agricola con l’allevamento permanente di bestiame da latte.
Naturalmente senza il ricorso ad antibiotici, estrogeni ed altre schifezze od allo spreco di milioni di litri d’acqua per produrre una bistecca. Significa tornare alle origini, quando il latte veniva dato caldo con il miele per combattere le affezioni bronchiali, non come ora che è un mucogeno, non come ora che se i bambini mangiano un hot dog o un hamburger richiano la femminilizzazione.
L’attività degli agricoltori montani ha costruito nel tempo un paesaggio variegato fatto di aperture tra i boschi, prati e maggenghi, pascoli di alta quota, nuclei rurali ed architetture tipiche che costituiscono il pregio di tante località montane. Certo anche la montagna è cambiata e sta cambiando, anche se questo può non apparire agli occhi dei frequentatori occasionali, primariamente per la riduzione dell’agricoltura e con essa, pur se a più lungo termine, della biodiversità e della bellezza paesaggistica dei luoghi. Alle quote più elevate e meno accessibili i terreni vengono spesso abbandonati, e prima o poi riconquistati dal bosco. Se il ritorno del bosco può apparire positivo perché riduce l’impatto negativo dell’uomo su natura e paesaggio, costituisce in realtà un pericolo perché spesso le zone abbandonate sono proprio quelle più importanti ai fini della conservazione della biodiversità florofaunistica, oltre che per la diversità dei paesaggi. E senza trascurare l’incontrollato proliferare di animali selvatici che, non trovando di che nutrirsi, devono necessariamente essere abbattute. Innegabilmente, il ritorno del bosco migliora la stabilità delle pendici.
In questo senso il cohousing montano svolge anche una insostituibile funzione di salvaguardia del territorio.
Naturalmente
l’atteggiamento più sbagliato che una comunità coresidenziale può assumere allorché si stabilisce in un luogo, e maggiormente in un contesto orograficamente difficile quale quello montano, è quello di apparire e sentirsi enucleata dalla società locale ivi residente, attuando non un inserimento bensì una sorta di colonialismo isolazionista.
Non nascondiamo che i cohouser provenienti, come in massima parte accadrà, dal vissuto urbano potranno incontrare situazioni particolarmente difficili; chi vive da generazioni strappando con fatica alla montagna di che sostentarsi ha maturato una scorza dura. Perché duro è il loro lavoro: in montagna non servono le mastodontiche mietitrebbia che vediamo in pianura, tutt’al più i trattorini ed i trenini delle vigne, anch’esse faticosamente ricavate terrazzando a mano la montagna, dove i raccolti e le merci viaggiano per gli alpeggi nella gerla, a dorso di mulo o con la teleferica.
Gli scenari futuri mettono in luce un sistema rurale alpino senza domani, con una perdita progressiva e costante delle note caratteristiche e delle specificità che l’hanno finora contraddistinto. Solo una diversa considerazione del ruolo dell’agricoltura di montagna rispetto alla conservazione dei paesaggi colturali tipici, alle produzioni alimentari di qualità, alla tutela degli spazi, alla difesa dell’ambiente e del territorio potrà garantire nuove forme di sopravvivenza e di sviluppo. Questo significa spazio disponibile per nuove opportunità coresidenziali, complici i numerosi borghi abbandonati presenti sulle Alpi e sugli Appennini.

Riscoprire l’Acqua …
… non casualmente chiamata Oroblu perché, non semplicemente in margine alla nozione di cohousing ed agli aspetti connessi all’autosostentamento alimentare, lavorativo ed energetico delle comunità coresidenziali che si svilupperanno dai nostri progetti, dobbiamo ora affrontare un argomento relativamente al quale desideriamo portare alcune considerazioni, sintetiche ma imprescindibili.
Abbiamo visto precedentemente come sul nostro Pianeta l’acqua costituisca indiscutibilmente il bene più importante, purtroppo non dappertutto risulta essere quello più economico o disponibile.
Nel secolo scorso l’acqua era, salvo casi particolari, abbondante, economica e pulita. Ma, trascorso il primo decennio di questo XXI Secolo, ci stiamo accorgendo di quanto l’acqua stia diventando sempre più preziosa, talvolta non scarsa bensì mal utilizzata, preda di ecomafie, trasportata da viadotti o condotte fatiscenti che la rendono difficile da gestire, sempre più costosa e inevitabilmente da purificare. Nel prossimo trentennio la situazione è destinata a peggiorare, non da ultimo a causa dei sempre più intricati trend geopolitici in atto e di un boom demografico senza precedenti nella storia dell’umanità, che incrementerà la popolazione terrestre di circa tre miliardi di unità, prevalentemente concentrate in un unico continente.
Particolare attenzione riveste la questione della sicurezza:  che si tratti di troppa poca acqua per lunghi periodi di tempo, o di troppa acqua tutta in una volta rappresenta una delle sfide tecniche, ambientali, sociali, politiche ed economiche più tangibili ed a più rapida crescita che è necessario affrontare da subito.
Non trascurabile è inoltre la crisi ambientale in rapido svolgimento: in ogni settore, la domanda di acqua è destinata ad aumentare e le analisi suggeriscono che entro il 2030 il mondo dovrà affrontare un deficit globale del 40% tra previsione della domanda ed offerta disponibile. E qui non è possibile ragionare per localismi: per loro stessa natura acqua, vapore acqueo, correnti, falde sono transnazionali.
Questa prospettiva eleva il potenziale di crisi e di conflitto poiché l’acqua è centrale per tutto quanto è importante per la vita umana: cibo, servizi igienico-sanitari, energia, produzione di merci, trasporto e biosfera. Come tale l’acqua non solo garantisce la mera sopravvivenza degli esseri umani, ma anche benessere sociale e crescita economica. Inoltre, l’acqua è una risorsa rinnovabile ma non inesauribile. Sarà per l’acqua, oltre che per il cibo, che in un futuro nemmeno tanto lontano si combatteranno guerre cruente.
Per tali ragioni già nel prossimo ventennio ci attendono sfide senza precedenti, soprattutto allorché la questione non sarà più appannaggio di ristrette cerchie di esperti ma diverrà aspra parte del dibattito politico e dovranno essere decise enormi allocazioni di risorse finanziarie a livello nazionale e internazionale. Già ora stiamo assistendo a tentativi, neppure troppo sommessi per privatizzare l’acqua funzionalmente al business che se ne potrà ricavare.

La nostra posizione è assolutamente controcorrente …
… Anziché arroccarci in posizioni di protesta ed esecrazione, eticamente sacrosante ma strategicamente indifendibili, perché non combattere il nemico con le sue stesse armi? Perché non beneficiare in modo etico e vantaggioso di questa irripetibile congiuntura storica, compiendo azioni la cui ricaduta vada nella direzione del bene comune?
Vale a dire: vogliono privatizzare l’acqua? Ebbene, compriamola! compriamola come cittadini, come fruitori, come proprietari degli impianti, come investitori.
Siamo assolutamente concordi con chi sostiene che gli esseri umani non sono i proprietari del pianeta, ed esecriamo il fatto che la terra possa essere ed essere stata nei millenni compravenduta, recintata, delimitata, sfruttata, conquistata. Ma le posizioni rigide, di fronte ad un problema di questa portata, non sono solo inutili: sono dannose perché oggi è quanto mai opportuna una nuova visione.
Non si tratta, naturalmente, di comprare acqua: lo consideriamo semplicemente impensabile. Si tratta di diventare concessionari delle numerosissime fonti inutilizzate esistenti, oltre che comproprietari di tutto ciò che attiene al servizio, vale a dire impianti, rete distributiva e strutture accessorie.
Per farlo è indispensabile costituire delle società, i cui soci siano gli utilizzatori del servizio ed estremamente rappresentative del concetto di democrazia partecipata. Le società opereranno a livello locale e potranno essere confederate in un organismo in grado di fornire servizi a valore aggiunto: assistenza normativa, rapporti con le istituzioni, consulenza finanziaria e progettuale.
Il tutto potrà essere accorpato in un Fondo, strumento che potrà garantire la maggior tutela ammnistrativa, normativa, finanziaria
I benefici per i soci consisteranno prevalentemente nella garanzia di non dover corrispondere a terzi il costo dell’acqua in un contesto che potrebbe andare fuori controllo e, grazie ad opportune economie di scala, attuare delle politiche economiche e normative affinché il costo corrisponda agli oneri del servizio: manutenzione, depurazione, ammortamento degli impianti.
Il fenomeno, precipuamente locale,
potrebbe via via interessare luoghi, territori e bacini di utenza sempre più estesi, non solo a livello nazionale e non solo legati a realtà di cohousing, autogenerando aree su cui creare valore: in questo campo, la start up giusta al momento giusto avrà infatti risultati che non esitiamo a definire impensabili. Le questioni relative all’utilizzo dell’acqua sono e saranno per un bel pezzo – almeno fino a quando e se i mega acquadotti saranno costruiti – su base locale e ci sarà spazio per notevoli interventi.
Detto in altri termini: finanza, Si, finanza, ma con una connotazione sociale, etica. Si, ma come, e in quali nicchie, è possibile trovare il modo di generare valore?
La prima e più semplice nicchia da sviluppare sarebbe sicuramente quella dello stock picking sul settore, dato dal sicuro e gigantesco afflusso di denaro in un comparto relativamente immobile, che potrà ove incontrollato generare importanti fenomeni speculativi che potremo così contribuire ad arginare.
I trend su cui agire potrebbero essere i seguenti:
– riunificazione delle utilities di settore, da una base locale e via via in crescendo; puntare sul cavallo vincente sarà persino facile e su questo punto ci sarà anche l’opportunita’ di soddisfare gli investitori più conservativi perché queste nuove mega utility dovranno necessariamente finanziarsi con obbligazioni ad alto rendimento: per fare un esempio, come fa oggi SNAM che emette obbligazioni al 3 per cento netto, che gli investitori istituzionali si strappano di mano come fossero oro! E noi, in un’economia allargata e multifunzionale che comprende l’acqua ed il suo indotto, i cohousing e le loro produzioni, oltre a tutte le attività collaterali, potremo garantire molto di più.
– sviluppo di infrastrutture sovranazionali, altrimenti definibili Mega Water Projects. E qui siamo all’anno zero. Ma anche questo sarà un trend inevitabile. Portare l’acqua da dove c’è a dove non c’è in maniera radicale. Persino in America qualche analista del settore sta incominciando a proporre un mega acquadotto nord-sud, dalla regione dei Grandi Laghi (Erie, per capirci) a New Orleans ma le resistenze sono ovviamente immense. In Europa non osiamo neanche pensare, in Asia poi sarà da ridere visti le storiche rivalità. Ma anche qui, prima o poi chi potrà dovrà farlo. E qui ovviamente lo stock picking potrà essere incredibilmente efficiente e capace di generare grandi risultati.
Il problema dell’acqua però oggi come oggi non si manifesta su base nazionale. Gli esempi che abbiamo avuto nell’ultimo quindicennio riguardano problemi nati su base regionale o addirittura a livello di singola città, in cui le autorità, non essendo state previdenti prima, hanno incominciato a razionare l’acqua e a proporre soluzioni tampone sull’utilizzo quotidiano.
In questo momento stiamo ancora parlando di stock picking e anche in quest’area ci sono grandi opportunita’, da parte di start up che si occupano di specifici problemi: depurazione – fondamentale, specialmente dell’acqua di mare – purificazione da contaminazione esterna o da tracce di medicinali ed altre sostanze, ridotto utilizzo. Nicchie specifiche, insomma.
La componente finanziaria è sicuramente degna di nota, ma non rappresenta un motivo sufficiente per sviluppare una struttura tecnica in grado di sostenere un flusso informativo del tipo finora descritto. Occorre qualcosa di più. Cioè, che cosa?
Una parte educational di tipo classico dedicata al grande pubblico? Sicuramente interessante, ma insufficiente, vista la difficoltà di creare calore in questo ambito, fatta salva, ammesso di trovarli, la presenza di sponsor interessati a creare consapevolezza nel pubblico.
La nostra risposta è: p
artiamo da un concetto di base: sul problema acqua esistono al momento relativamente poche competenze che sono state sviluppate in un numero relativamente basso di aree a livello mondiale. Aree dove situazioni di siccità’ di lungo periodo hanno richiesto la gestione di soluzioni spesso altamente innovative.
Ma questo know-how base non è stato condiviso in maniera significativa e anzi è stato spesso confinato nei ristretti ambiti locali di attuazione. Per fare un esempio, certe soluzioni incredibilmente innovative sviluppate in numerose città australiane od israeliane, veri laboratori a cielo aperto dei problemi dell’acqua, non sono minimamente conosciute in Europa o nel resto del mondo occidentale, per esempio impianti di desalinizzazione dell’acqua marina con caratteristiche uniche.
Considerata l’importanza delle immagini, spesso prevalenti rispetto alle parole in quanto maggiormente efficaci, è nostro intento sviluppare una trasmissione video settimanale rivolta ad un pubblico professionale di settore, tecnico ed a politici (non serve che siano illuminati, è sufficente che siano onesti e non pressapochisti, e già trovane sarà un’impresa, almeno sic stantibus rebus…), che parli delle soluzioni innovative già sviluppate, descrivendole nei dettagli, e che illustri come i problemi che potrebbero presentarsi siano già stati risolti altrove.
La trasmissione potrebbe essere sviluppata in più lingue, magari attraverso un canale interattivo e con la possibilità di interazione da parte degli abbonati.

Ricapitoliamo quindi brevemente quali e quante attività potrebbero, se unite adeguatamente e coordinate sotto un’unica piattaforma di comunicazione video/interattiva, generare valore in questo settore:
Area finanziaria, stock picking, ricerca
Area servizi su start up innovative con possibilità di contatto
Area educational e di responsabilita sociale rivolta al grande pubblico
Area knowledge base e best practices  internazionali, rivolta a tutti gli operatori del settore
Questi quattro pilastri, se ben coordinati e sviluppati armonicamente, potrebbero garantire nel lungo periodo una base di servizi promozionali in grado di generare adeguato valore per i potenziali investitori.

Alberto C. Steiner