Montagna: giovani imprenditori, attenti ai nuovi camminanti!

Ancora oggi la montagna sa essere ostile come e forse più del mare: il suo territorio è un contesto complesso e pericoloso, non agevole quanto a comunicazioni specialmente durante l’inverno, duro da lavorare anche per l’impossibilità di utilizzare mezzi meccanici. In cambio di molta fatica la resa può essere scarsa. Il senso di isolamento, infine, ha fatto sì che nei decenni scorsi le montagne si spopolassero o, in alcune località, si trasformassero in isole per sport invernali che non solo nulla avevano a che fare con la cura del territorio, ma che contribuivano anzi a violentarlo: innumerevoli sono gli esempi di scempio condito da folclore, slavine, inquinamento, traffico, agenzie immobiliari, impianti di risalita e cannoni sparaneve devastanti.Cesec-CondiVivere 2015.03.13 Montagna 004Pur sapendo che il loro cammino sarà faticoso e che troveranno ostacoli di ogni tipo, molti giovani imprenditori stanno però tornando alla montagna, colpiti da quell’unicità che vi hanno saputo cogliere e dalla possibilità di dare vita ad un sogno.
Disillusi da una crisi economica che fa guardare di nuovo alla terra non tornano però semplicemente  all’agricoltura o all’allevamento ma inventano forme miste in cui turismo, valorizzazione e benessere costituendo alternative interessanti all’essere dei semplici coltivatori o allevatori. Giovani iperconnessi, consapevoli di quanto la comunicazione e la valorizzazione di prodotti e servizi siano dimensioni concrete quanto la natura che li circonda, avendo ben presente che il territorio montano costituisce il 43% della superficie nazionale.Cesec-CondiVivere 2015.03.13 Montagna 001Questi ragazzi sono spesso laureati in agraria, veterinaria, biotecnologie, economia, ingegneria, nessuno in filosofia o scienze politiche. E spesso lo sono in quel luogo di eccellenza che è l’Università della Montagna di Edolo. Riconsiderano la montagna per dare avvio ad attività nel settore agro-ambientale sapendo che non sceglieranno un esilio nel quale gli unici clienti saranno i pochi sopravvissuti all’esodo urbano ma, consapevoli di strumenti e tecnologie che aiutano a costruire una storia intorno al prodotto, ne valorizzano l’origine per farlo conoscere oltre i confini del singolo paesino.
Oggi racconto le storie di alcuni di questi startupper pionieri che hanno saputo trasformare in valore ciò che è percepito come marginale .Cesec-CondiVivere 2015.03.13 Montagna 002Parto da quella che mi piace di più: Stefania Savardi, titolare, in una piccola fattoria nei pressi del lago di Iseo a Solto Collina, dell’azienda agricola L’Asino del Lago, specializzata nella produzione di cosmetici ipoallergenici a base di latte d’asina e erbe officinali. Interessante in questo caso il concetto di multifunzionalità dell’azienda, costruita intorno all’asineria e attiva non solo per la produzione alimentare e cosmetica ma anche come fattoria didattica e centro di pet-therapy. È importante sottolineare come in questo caso sia fondamentale acquisire competenze specifiche sia nell’ambito dell’allevamento che della coltivazione in territori collinari-montani, luoghi che spesso vedono una frammentazione dei pascoli e terreni. Quest’ultimo aspetto risulta di fatto vantaggioso perché la verticalità del contesto aiuta a sfruttare climi diversi per coltivazioni ed esigenze di pascolo diverse.
A seguire Valentino Bonomi: ritorna alla montagna, dove era nato e cresciuto vicino a Edolo, dopo aver studiato economia a Milano. Diventa uno dei primi laureati dell’Università della Montagna e prende in mano l’azienda agricola di famiglia, concentrandosi soprattutto sull’allevamento di capre che permettono una produzione di formaggi e derivati di qualità nel caseificio annesso. All’attività dell’agriturismo, si affianca anche quella di fattoria didattica e vendita diretta di formaggi, salumi e marmellate prodotte in loco.
E poi Marco Tacconi, fondatore di Terraxchange, iniziativa di riqualificazione di terreni incolti che, tramite una piattaforma di annunci online, mette in contatto proprietari e appassionati orticoltori con la voglia di far tornare queste friches (come le chiamerebbe l’architetto paesaggista Gilles Clement) di nuovo produttive. Si tratta di una riqualificazione funzionale ed estetica, destinata a ridare vita e forma a piccoli appezzamenti che prima producevano solo erbacce. Nella maggior parte di casi, il pagamento per la gestione del terreno avviene attraverso la concessione al proprietario di una parte dei prodotti coltivati.
Ed infine Andrea Campi, cuoco e imprenditore dell’Osteria al Dosso di Aprica, che ha messo in piedi la Snood Kitchen per unire le sue due passioni: snow, la neve, e food, il cibo. Ha trasformato un gatto delle nevi in una vera e propria cucina professionale mobile capace di funzionare in condizioni estreme, con il quale intercettare una fetta di mercato costituita da un target giovane, attento alla qualità ma anche al prezzo, che in orario di pranzo si trova sulle piste da sci e non certo al ristorante. Snood Kitchen li raggiunge sulle piste, proponendosi anche come punto di ritrovo e intrattenimento: oltre al cibo, mette a diposizione consolle per dj, hotspot wifi e punto di ricarica per i cellulari. E, considerando la scomodità di pagare in contanti in abbigliamento da sci, Andrea ha studiato un pratico pagamento tramite rfid-tag che permette di caricare del credito nel proprio chip, oltre a promozioni per i clienti più affezionati.
Punto di contatto tra queste 4 storie, i loro protagonisti. Tutti laureati dell’Università della Montagna, l’ateneo che offre corsi di laurea triennale in Valorizzazione e Tutela dell’Ambiente e del Territorio, unici in Italia per la specificità di strumenti e conoscenze che offre.Cesec-CondiVivere 2015.03.13 Montagna 005Ed ora il rovescio della medaglia, nell’ottica di quel medioevo prossimo venturo del quale non mi stancherò mai di parlare. Sono già centinaia, ed anch’essi fuggono dalla pazza folla per riconquistare una dimensione bucolica. In campagna però, forse perché in montagna fa troppo freddo. Sono quelli dei centri sociali. Mentre i montanari lavorano, hanno raccolto le loro avventure in un libro, che già dal titolo fa incazzare: Genuino e clandestino, edito dall’ineffabile ecochic Aam Terra Nuova, dove tengono a precisare che vi si narra della fuga in campagna di dieci famiglie in stile hippy per attuare la sfida dei nuovi contadini anarchici. Clandestino? Anarchici? Non hanno ancora capito che la terra non vuole politicanti, la terra, anzi Madre Terra, ti spacca la schiena.
Battaglia in difesa della terra e nascita di una rete che si batte per coltivare e distribuire prodotti sani al giusto prezzo, affermano. Duri e puri finché dura insieme impastano il pane, zappano, arano coltivi, seminano, curano viti e frutteti, governano animali lottando contro le leggi insensate che stravolgono la cultura della terra, contro la burocrazia. Conducendo battaglie importanti come quella per il prezzo sorgente perché il prodotto non possa essere rivenduto sul mercato a 20-30 volte quel che è stato pagato al contadino. I clandestini si sostengono tra loro con una rete di 21 siti di coordinamento locale e gruppi d’acquisto da Torino a Matera, da Vicenza a Napoli, passando per l’Emilia, le Marche, la campagna romana e l’Aspromonte calabro, fino alle pendici etnee. Iniziativa encomiabile, almeno nelle premesse, ma la prima domanda che sorge è: a che titolo occupano le terre che desiderano far rinascere? Le okkupano? Se le fanno assegnare da qualche carrozzone socialpolitico in qualche modo legato alla tetta del terzo settore?
No, chiariamo il concetto: chi non paga il costo del terreno, chi non sta pagando un mutuo, si mette in una posizione di vantaggio sleale nei confronti degli altri. Inutile poi farsi belli, equi e solidali!
Lo so, sarò limitato e politicamente scorretto ma, a mio avviso, i migliori difensori della terra e della montagna, anche sotto il profilo legislativo, rimangono quelli che la vivono attraverso la consapevolezza della tradizione e del lavoro, non i fighetti ecochic dell’orto urbano e della cascina cuccagna, o che per una volta hanno spollonato l’uliveta in un centro di meditazione.
Fra gli obiettivi di questa nuova comunità c’è quello di “costruire un movimento che metta assieme i lavoratori precari della città con i lavoratori precari della campagna”. A posto siamo.
Date le radici ben piantate nella cultura dei centri sociali non prescindono dall’impegno ambientalista e politico: “La storia e le realtà del movimento sono storie di resistenza contadina in nome della terra come bene comune” affermano, sforzandosi per creare mercati di vendita diretta, momenti di “scambio di saperi, sapori e informazione” conditi da sfide per “rivendicare il diritto alla sovranità alimentare, alla difesa della terra e dei territori”. Sfide? A proposito di sfide, vi siete portati la vanga o solo i libri che parlano della Boje?
Nessun portavoce, niente strutture gerarchiche, solo un manifesto di principi condivisi che punta a saldare un’alleanza tra i neo contadini anarchici e i consumatori, per evitare le trappole dell’agrobusiness e di una green economy, verde solo nella facciata. Una rete sociale e ambientale, dunque, che produce il cibo e l’etica del cibo di domani. Perché mangiare bene, sano e al prezzo giusto è la nuova battaglia da vincere. In difesa della terra.
Naturalmente la RIVE, Rete Ideologica Villaggi Ecomagici, ci ha messo lo zampino e il patrocinio.
Qualcuno ce la farà, ma temo fortemente che i numerosi falliti costituiranno l’embrione dei nuovi camminanti, ma ben più pericolosi dei loro antenati: una nuova società di predoni che non si limiterà a vagabondare di villaggio in villaggio vivendo di lavoretti, piccoli furti e carità.
Che nei centri sociali e nei vari collettivi universitari vi fossero centinaia di braccia rubate all’agricoltura era un fatto noto: vedo con piacere che l’agricoltura se ne sta riprendendo qualcuna… Mi auguro solo che vivano del proprio lavoro, felici e contenti. E senza pesare su Pantalone quando si renderanno conto che con natura e stagioni non puoi sovvertire le regole. La natura non è anarchica, per farla produrre ci vuole fatica attenendosi scrupolosamente alla realtà, e se non sapranno gestirla non potranno dar colpa alla polizia e ai suoi manganelli. Staremo a vedere fino a quanto durano e cosa produrranno, possibilmente senza incentivi gratuiti.Cesec-CondiVivere 2015.03.13 Montagna 003E che non si sognino, almeno dalle mie parti, di venire a predare. Sappiamo già come accoglierli.

Alberto C. Steiner

Network Marketing e teoria dello schiavo

Ricevo periodicamente la newsletter di uno dei troppi guru della finanza creativa che insegnano al colto e all’inclita come far soldi senza soldi, nella fattispecie come diventare trader immobiliari e proprietari di sterminati patrimoni edilizi dai quali trarre un reddito, semplicemente mettendo a frutto l’intento, seguendo i costosi corsi tenuti da questi dispensatori di Sapienza e Verità e, perché no, come ricavare denaro partecipando a strutture di network marketing. Qualche lettore potrebbe osservare: ma se l’argomento ti fa così schifo perché non ti cancelli dalla newsletter? Per due ragioni. Anzitutto per conoscere cosa gira nel panorama di riferimento, discariche comprese. In secondo luogo perché, come diceva tanti anni fa un amico torinese: “Leggo Stampa Sera per poterla disprezzare con cognizione di causa.” Nella fattispecie il nostro guru racconta tutto tronfio di essere appena tornato da un viaggio alle Hawaii organizzato da una società di network marketing e, tiene a sottolineare: “Pagato da loro“. E, gigionando, non manca di far osservare: “Mi ero iscritto circa 4 anni fa e piano piano ho costruito una struttura. La cosa magica del network è la duplicazione. 11 persone inserite sono diventate 2060 per effetto della duplicazione. E anche se guadagno 11 euro a persona in media al mese incominciano ad essere soldi che attirano la mia attenzione. Soprattutto per la qualità del denaro che ad un certo punto perde la proporzione tra sforzo e risultato. L’azienda ha distribuito premi per 71.000.000 di $ in una sera. Da 50.000 a 2.400.000 a persona… C’erano 3.000 persone (che guadagnano dai 200.000 a oltre 10.000.000) e circa 400 persone hanno avuto accesso al bonus… Io ero tra i barboni… Inoltre feste a tema, cene di gala ecc ecc tutto per confermare l’eccezionale stile di vita che questo tipo di attività dà a chi ci crede e si impegna.KL-Cesec-CV-2014.04.02-NM-005Afferma inoltre che il NM non è per tutti ma solo per chi è attrattivo o vuole diventarlo, e la misura del successo è data da crescita personale ed assegno, che vanno di pari passo; l’importante è che l’azienda abbia prodotti che creano fan, dato che si guadagna dal consumo: se il prodotto non crea consumatori fedeli ogni volta bisogna cercare nuovi clienti/distributori e la struttura non cresce in maniera esponenziale. E, da quel guru che è, conclude la concione affermando: “Qualunque commerciale dovrebbe fare network, qualunque imprenditore dovrebbe avere almeno una entrata da network. La cosa buona del network sono le abilità che devi sviluppare per crescere. Se non ti formi, non impari e non fai non cresci. Può essere fatto full time, part time o per aggiungere un piccolo reddito da casa.”Computer study
Invito chi legge a focalizzare l’attenzione sull’insipienza di quanto questo figuro afferma, nonché sugli squallidi riferimenti offerti come modelli inarrivabilii, non senza far notare come (stranamente?) costui ometta il nome del network foriero di cotanta cornucopia… Continuo a ribadire il mio pensiero sull’argomento: se ho un prodotto ripetibile, assumo agenti e rappresentanti perché me lo vendano, loro si presentano ai clienti che a loro volta possono essere distributori o negozianti, se il prodotto è buono e loro sono bravi vendono e, se il prodotto va, mi rinnovano gli ordini tramite i rappresentanti. Naturalmente, compatibilmente con le mie possibilità e funzionalmente a strategia e target, investo anche in pubblicità e comunicazione, e il prezzo finale del prodotto è ovviamente formato anche dai miei costi di promozione e vendita. In ogni caso io sono il produttore, lui è il rappresentante, quell’altro è il negoziante e tutti sanno con chiarezza chi sono e chi siamo. E vissero tutti felici e contenti. Detto in altri termini, tutti lavoriamo e io, come è giusto che sia, mi assumo il rischio d’impresa. Trovo che il concetto del Network Marketing, che preferisco continuare a chiamare con il nome che gli spetta: Catena di Sant’Antonio, fatti salvi alcuni casi di eccellenza sia l’antitesi del concetto di lavoro, che parte dalla premessa interiore di guadagnare alle spalle degli altri. E sempre che non si configuri come una truffa; tutti ricorderemo il caso Tucker, il tubo che non serviva a un tubo che ha spopolato nel decennio scorso.KL-Cesec-CV-2014.04.02-NM-004E, mi duole doverlo affermare ma sono i fatti a sostanziarlo, la maggior parte di chi cede alle lusighe del Network Marketing si colloca ideologicamente nella fascia della cosiddetta alternativa, quella che aborre il lavoro in quanto fonte di sfruttamento. Non sto parlando a vanvera, e cito solo due casi. Uno si chiama Aloe più o meno vera, che impazza nel mondo di una certa spiritualità e meditazione. Per guadagnare devi cominciare a spendere 250 euro di prodotti, e il reclutamento avviene attraverso il passaparola utilizzando cene e serate in location più o meno gradevoli. L’altro è anche peggio perché non presuppone l’esistenza di un prodotto ma solo l’anelito ad arricchirsi: si chiama Ruota dell’Abbondanza, imperversa nello stesso mondo, in particolare in quello dei Sanniasyn di Osho e consiste nell’intortare (scusate, ma intortare è più pregnante rispetto a convincere o persino irretire) otto illusi affinché versino 10.000 Euro ciascuno; una volta che la ruota è completata il promotore ritira il malloppo, e intanto gli altri hanno istitutito a loro volta altrettante ruote. Costo dieci, resa ottanta. Se va bene. Naturalmente è tutto ammantato dal segreto, anche perché questi censori della morale capitalista ben sanno che è tutto in nero, nulla si scrive, tutto si dice sottovoce e mai al telefono. Si organizzano feste in casa ora dell’uno ora dell’altro, ci si autoincensa e via. Qualcuno rimane con il cerino acceso in mano, a qualcun altro son capitati in casa i Carabinieri a rovinare la frittata, se ne è molto parlato l’anno scorso specialmente in certe zone del Piemonte.E tutto questo per tacere dei modelli di riferimento: denaro, luccichii, guadagnare senza far nulla. Non mi stupisce che prenda molto certi soggetti che aborrono anzi avversano l’idea di imprenditoria, sbandierandosi peraltro puri, consapevoli e alternativi. E vi è mai capitato di avere a che fare con questi reclutatori, peggio ancora se sono fra coloro che il network lo stanno inventando? Vi invitano per un caffè e, dopo una premessa evanescente condita da fantasmagorici dati snocciolati, vi propongono di entrare a far parte di un team di successo: partiamo da cinque e entro un anno siamo a duemilaottocentotrentasette, ti mostrano uno schema piramidale come se ti svelassero le cellule della Resistenza. Ti parlano di piattaforme, di e-gadget, di e-book, e il loro tono giunge invariabilmente all’untuoso di sapore levantino. Ti parlano di milioni di euro e sono vestiti da straccioni, li conosci e sai bene quanto fatichino a sbarcare il lunario pur non avendo mai capito bene cosa facciano per vivere. In ogni caso sono improbabili. E poi ci sono quelli che del network fanno già parte, e te li ritrovi vicini di tavolo a una cena alla quale hai partecipato per divertirti e rilassarti, ti rintronano con le loro mirabolanti performances basate su valori che per loro sono assoluti ma che – almeno per me – non significano nulla, anzi sono fuffa. Non infrequentemente sono dei tamarri sottoacculturati, e lo dimostrano nell’abbigliamento e nell’accessoristica, nell’auto che non perdono occasione di far notare. Se sono donne, sono delle assatanate, di una volgarità esemplare, di quelle con le quali un uomo normale si vergognerebbe a farsi vedere in giro. Estetiste che argomentano di alta finanza lasciandoti intravvedere le tette. Con il cellulare sul tavolo che squilla incessantemente. Il network marketing, così concepito, costituisce in realtà una delle peggiori forme di schiavitù, quella che ti fa credere di esserti riscattato, di essere diverso, migliore, un ganzo. E vi dimostrerò il perché.KL-Cesec-CV-2014.04.02-NM-001Il nostro Paese, così come lo conosciamo e prima che si sfasciasse, è stato costruito dall’imprenditoria. Più o meno illuminata, più o meno lobbistica, più o meno qui, più o meno là, ma imprenditoria. Un’imprenditoria proveniente da Belgio, Francia, Germania, Svizzera, Regno Unito che, affiancata da lungimiranti locali, generalmente di nobili origini, cospicui patrimoni fondiari e qualche esperienza protoindustriale, ha dato vita all’Italia di fine Ottocento: pensiamo solo alla ferrovia dei Giovi destinata a creare uno sbocco marittimo ai mercati centro-europei, pensiamo alle tramvie a capitale prevalentemente belga che per ogni dove solcavano le strade, in particolare quelle lombarde per trasportare merci, pensiamo alle realtà torinesi, milanesi, a Sesto San Giovanni, al Bresciano. Pensiamo allo sfruttamento delle risorse idriche per produrre energia elettrica. E pensiamo alle innumerevoli attività artigianali che hanno segnato la storia del nostro Paese.KL-Cesec-CV-2014.04.02-NM-002E tutto questo prima che arrivasse l’Iri di Prodi. Prima che arrivassero la finanza di carta e i finanzieri di cartone. Prima dei vari Cultrera, Sgarlata, Fiorini, Canavesio e prima degli imbonitori televisivi. Prima che quelli che avevano vissuto di tangenti si reinventassero equosolidali. Poi è arrivato il peggio: l’Italia dei venditori di spazzole con la barzelletta sconcia, l’Italia puttaniera e della menzogna, l’Italia del fottere lo Stato, anzi del diventare stato per potersi fare i cazzi propri. L’Italia che ha avuto spazio perché sostenuta da tanti che bramavano di essere così. L’Italia che sembrava quella dei filmacci con Boldi e De Sica. Cosa c’entra l’industrializzazione nazionale con il network marketing? C’entra, eccome. C’entra nella misura in cui si è creata l’attuale cultura del non lavoro. O, ancora peggio, la cultura del mio figlio farebbe qualsiasi cosa, ma non trova niente. La questione è anche questa: essere disposti a fare qualsiasi cosa, compreso farsi sfruttare in un call-center per imbrogliare telefonicamente chiunque capiti a tiro proponendo qualsiasi cosa, pur truffaldina che sia. E per quattro soldi, oltretutto. Di cosa sto parlando? Sto parlando della mentalità dello schiavo. Che poi finisce per credere di essere padrone, addirittura alternativo. E questo concetto inizia ad essere instillato dalla famiglia, dalla scuola dove ti insegnano ad essere uno schiavo (presente In fila per tre di Bennato?) però in modo ben più raffinato che in passato. Sto parlando del non reinventarsi, dell’accogliere supinamente modelli, e non fa nulla che chiunque potrebbe obiettare che a nessuno piace lavorare, ma quando si è sottoposti alla necessità di vivere allora si cerca il lavoro, addirittura si combatte per esso giungendo al punto che qualunque mansione andrebbe bene, e si è persino disposti a morire per coloro che fingono di riconoscerci diritti, ma che lo fanno nel loro interesse. Che è quello di tenerti sempre più sotto il tallone. Proviamo invece a pensare esattamente al contrario: non è  forse perché alle persone non interessa nulla di profondo, nulla che oltrepassi la soglia della sopravvivenza, dell’anestesia allietata da innumerevoli gadget che si costringono a lottare e sgomitare? La soluzione sta nell’affrancarsi dall’ancestrale paura della fame riprendendo possesso della propria dignità, della propria nobiltà interiore dedicandosi anzitutto a ciò che di più elevato si riesce a produrre interiormente, vale a dire l’identificazione con la propria anima, l’unica vera essenza nella quale è già scritto qual è il mestiere al quale dobbiamo dedicarci per vivere in maniera equilibrata. Tanto per cambiare sto parlando di Consapevolezza, di vivere nel Presente. Questa è una civiltà che mira a fabbricare servi, e da sempre i servi complottano per fottersi tra loro, senza ritegno, molto spesso per assomigliare ai tanto vituperati padroni. Ma nessuno ci vieta di riacquistare la nostra dignità, per esempio non accogliendo come alternative o liberatorie attività che altro non sono che una forma di sfruttamento. Tutto qui. Ciascuno ne tragga le considerazioni che preferisce.

Alberto C. Steiner