Sharing economy: una pericolosa “alternativa”.

A fronte di 90mila italiani che affittano per brevi periodi la propria casa evitando così di essere costretti a saltare le rate del mutuo, duemila Bed & Breakfast accetterebbero di essere pagati con un baratto senza presentare il conto agli ospiti.
E se centinaia di migliaia di persone abbattono le spese di viaggio del 75% caricando in auto passeggeri che non conoscono, sette milioni di persone nel mondo dormono gratuitamente in casa d’altri al posto di pagare un albergo. Numerosissime famiglie tedesche, invece di fare la spesa, consumano alimenti da altri ritenuti superflui,  risparmiando 400 euro mensili.Cesec-CondiVivere 2015.06.06 sharing economy pericolosa alternativa 001Ma non è finita: questi sono solo alcuni esempi della sharing economy, l’economia della condivisione che sta diventando il nuovo paradigma economico basato sullo scambio, sulla condivisione e sulla collaborazione che, secondo alcune stime, sembra valga almeno 110 miliardi di euro e sia in crescita del 25 per cento ogni anno.
È la tesi sostenuta da Gea Scancarello in Mi fido di te, libro edito da Chiarelettere che si definisce un viaggio nelle opportunità create dai nuovi network che offrono servizi legati all’economia collaborativa. Il tutto raccontato direttamente da chi ha provato house sharing, carpooling, social eating, foodsaving e via condividendo.
Concordo sul fatto che, nel pieno della crisi che attanaglia sistemi produttivi e consumatori, l’economia dello scambio contribuisca a ripensare il capitalismo in una logica redistributiva, nella quale i costi si trasformano in risorse e le persone possono riappropriarsi di occasioni economiche e sociali.
Ma, a parte il fatto che sarebbe stato bello leggere questo libro in italiano invece che infarcito di inutili anglicismi, in tutto devono esserci dei limiti. Primi fra tutti la propria integrità, ovvero il proprio Spazio Sacro, e la consapevolezza che non tutto ciò che viene contrabbandato come alternativo è oro che luccica. Mi spiego: questo modello ci porta a diventare accattoni credendo di essere fuori dal coro, ci fa smarrire il senso del lavoro e della sua dignità, non ci fa alzare la mattina determinati a costruire perché qualcosa comunque accadrà.
Ovvero: non preoccupiamoci se il nostro diritto al lavoro verra’ gradualmente smantellato, del resto il lavoro è pena, costrizione e sfruttamento e, mettendo insieme un po’ di reddito di cittadinanza e un po’ di elemosina barattata in giro, dovremmo riuscire a sfangare la fine del mese.
E poi io, scusate, ma non mi fido di uno che non solo non so come guida, non so se e come sia assicurato e non so infine se nel portabagagli trasporti un quintale di fumo.
E se i gestori di B&B vogliono svilire la loro professionalità regalando il soggiorno in cambio… in cambio di che? Dormo due notti e gli ridipingo le pareti? Ma figuriamoci, loro dimostrano di non valorizzare adeguatamente la risorsa imprenditoriale sulla quale hanno investito, e io in compenso so di non valere nulla come imbianchino.
Trovo che questo libro, al di là delle buone intenzioni, sia un inno al pressapochismo ed alla mancanza di professionalità ma, se decidiamo di vivere in una comune o in una setta di matrice orientaleggiante dove la condivisione è totale abbiamo fatto bingo. Peccato che gli hippies siano morti di vecchiaia e di stenti, tranne i più furbi che son diventati guru, e siano rimasti solo gli straccioni con la presunzione di insegnare agli altri come essere alternativi.
Oltretutto seguendo il percorso indicato nel libro si fa il gioco del potere più bieco, quello che oggi non è più neppure capitalista ma iperfinanziario, che vuole una massa di beoti non pensanti, amorfi, privi di iniziativa e massificati in ogni senso verso il basso come i negri (sissignori, ho scritto negri: consultare il Devoto-Oli) ridotti a vivere in attesa degli aiuti umanitari. L’iniziativa, signori, non consiste nello svegliarsi la mattina per andare a cercare la carità mascherata da new economy. Da delettare, libro e modello.

Lorenzo Pozzi

Fear Arousing Appeal, il marketing della paura

Sta andando a ruba negli Stati Uniti il kit prodotto dalla società americana Taurus chiamato First 24 e dichiarato come indispensabile per sopravvivere ad un disastro e raggiungere un luogo sicuro. Significativo il disclaimer del produttore: “Un team di esperti del settore ha selezionato i componenti di alta qualità racchiusi in questo kit che vi permetterà di sopravvivere alle prime 24 ore, dandovi un vantaggio considerevole. Dal disastro naturale ad una apocalisse zombie, voi sopravvivrete”.Cesec-CondiVivere 2015.06.03 Marketing della paura 001Il kit comprende un revolver a cinque colpi Taurus Judge, detto il giudice supremo, camerato per le .45 Colt e per le .410 Bore e completamente personalizzabile con mirini ottici; munizioni; un coltello tattico CRKT Sting Survival a lama non riflettente; una torcia elettrica anfibia che può proiettare un fascio stroboscopico in grado di accecare la minaccia; e per finire accendino, bussola, fune, batterie ricaricabili. Il tutto contenuto in una robusta valigetta dichiarata resistente a tutto Costo: 1.499 dollari.
No, vi rendete conto? Mettiamo di trovarci alla canna del gas per una catastrofe ambientale e stiamo a pensare agli zombie… ma non crediate che accada solo a quei beoti degli americani: anche da noi la paura fa 90 e, sulla circolare filoviaria di Milano, pure 91…
È bene sapere che esiste una forma particolare di marketing strategico: il Fear Arousing Appeal, o della paura.
Chi vuole vendere un prodotto ha due possibilità: soddisfare un bisogno reale oppure crearne uno che prima non c’era. Con i cellulari, per esempio, si è creato un bisogno prima inesistente.
Ma, giusto per amor di fatturato e di controllo, ogni giorno viene fatto credere nell’esistenza di un falso problema, che spesso fa leva sugli istinti peggiori. In un mondo dove siamo sopraffatti dal superfluo la nuova frontiera è quella di insinuare paure ingiustificate, per poi proporre un prodotto risolutivo.
La tecnica consta di tre passaggi ben precisi:

  • Creazione della minaccia
  • Descrizione sempre più preoccupante del pericolo appena creato, così da generare tensione
  • Proposta della soluzione attraverso l’acquisto di un prodotto che rassicura e garantisce che, seguendo i suggerimenti forniti, non si correrà alcun rischio.

Attraverso la creazione di un problema inesistente si giustifica la spesa per difendersi da un nemico invisibile e spesso, per rincarare la dose, viene applicata un’ulteriore tecnica di marketing strategico, uno strumento legalmente legittimo, basato sul semplice meccanismo della domanda/offerta, ma che ancora una volta fa leva sulle paure. In amor vince chi fugge… ma la massima può essere applicata anche agli affari: il prodotto, reso essenziale dallo stratagemma del terrore, viene distribuito ad un prezzo ragionevole ma in quantità limitata e solo entro una certa scadenza. Inutile dire che la disponibilità limitata di un’opportunità spinge a desiderarla maggiormente proprio per paura di perderla.
Lo sanno bene aziende multate dall’Antitrust per sconti incredibili che terminavano di domenica, ma non si capiva quale, visto che ogni domenica venivano rinnovati.Cesec-CondiVivere 2015.06.03 Marketing della paura 002Pubblicità, televisione, certi siti di informazione non hanno alcun interesse a fornire informazioni corrette, unica loro finalità è attizzare il fuoco della paura per manipolare spingendo a fare quello che vogliono. Di esempi ce ne sono moltissimi, basta scorrere internet per trovarne a bizzeffe: le scie chimiche, i clandestini che stupreranno le nostre figlie e ci prenderanno le case, i giocattoli costruiti di proposito con sostanze che fanno morire i bambini e, per converso, la bacca che cura il cancro, la formula magica della tal acqua dinamizzata. Mi fermo qui che, come dice il Puffo Quattrocchi, è meglio…
Vigili, centrati, ragionare con la propria testa, infischiandosene di apparire fuori dal coro. Ecco la soluzione.
Il ben dell’intelletto è un dono straordinario, ma nella vita spesso lasciamo che sia la nostra parte irrazionale a spadroneggiare, non coltivando sufficientemente la capacità di valutare lucidamente le decisioni, ma con la pretesa che i nostri desideri siano realizzati. Da chi? Come? Dove? Quando? E soprattutto perché mai dovrebbero esserlo senza che noi facciamo un passo?
Prendiamo certi post che trovano largo consenso sui social: è tutto un blablabla, un delirio incazzato, un urlo dell’impotenza, uno sbavare di turpitudini qualunquiste, razziste, da stadio. Ma nessuno si sogna di spegnere il pc assumendosi la responsabilità di scendere in strada con mazze e bastoni. Altrimenti come farebbero a continuare a lamentarsi? No, dev’essere qualcun altro a farlo…
Inutile che ci facciamo illusioni, la massa non è senziente, la cosiddetta democrazia rappresentativa è una frode, e i social sono stati implementati per fornire un’illusione di libertà. Chi detiene il potere lo sa molto bene, come sa che l’irrazionale è la base dei vizi, della manipolazione sociale e di molti dei problemi che ci creiamo e che poi cerchiamo faticosamente di risolvere. E in questo certe infami filosofie misticheggianti che ci hanno spiegato che la mente mente non fanno altro che il gioco che apparentemente affermano di contrastare.
Seguendo il Pathos, ovvero l’irrazionale, crediamo che basti pronunciare parole positive, esercitare il peace&love incondizionato e, per converso, temere scie chimiche, complotti mondiali e contemporaneamente fabbricare acqua caricata infondendole chissà quale energia per trarre innumerevoli benefici.Cesec-CondiVivere 2015.06.03 Marketing della paura 003Se veramente esitono persone in grado di produrre effetti speciali, di muoversi nel tempo e nello spazio, non si sognerebbero mai di istituire corsi o seminari per l’apprendimento.
La verità è che mettiamo da parte la ragione perché abbiamo un gran bisogno di cambiamento e di conseguire la felicità, di non sentirci soli ed oppressi dal peso della fatica di vivere. Senza fare sforzi? Troppo comodo, gente…
Obiettivamente non si capisce perché qualcuno debba venirci a salvare prendendoci per manina e sollevandoci dalla massa di individui inconsapevoli che affollano il Pianeta. Gratis.
Una soluzione rapida e indolore che cancella ogni problema? A parte il suicidio, eventualmente anche di massa visto che siamo sette miliardi e le risorse bastano solo per due, non ne vedo altre. Dice: ma se tutti consumassimo meno, decrescessimo e balblabla… Io faccio la mia parte ma non ho nessuna intenzione di vivere allo stato brado, pur essendo ecosostenibilconsapevole. Esistono innumeri esseri che sono lì ad aspettare che la manna, manna onlus, manna ong, manna babbonatale, manna pippirinanda cada dal cielo senza essersi mai sbattuti per autodeterminarsi, autogovernarsi. Fatevene una ragione: non accadrà mai. Si, magari qualcuno potrebbe avere un grosso colpo di fortuna, ma è altamente improbabile e i furbetti del mondo lo sanno, per questo studiano come farci sognare, per riuscire a trasformarci in burattini senza cervello, che si bevono qualunque fesseria viene loro raccontata.
L’egemonia del lato irrazionale è la radice che spinge verso l’autodistruzione, è la corrente che permette al pifferaio di farsi seguire ed alle dittature di regnare, perché i politici carismatici sanno bene come esaltare la folla ignorante facendo leva su sentimenti manipolabili; è lo stesso motore della dipendenza dal gioco d’azzardo, malattia che gli stessi stati alimentano in continuazione ben sapendo quali meccanismi emozionali scatenare. La supremazia dell’irrazionale permette alla superstizione di vincere sulla ragione, e quindi a maghi, indovini, maestri e guru di vivere come parassiti sfruttando le paure delle persone, costituendo l’humus sul quale sono nate e cresciute centinaia di religioni, capaci di travalicare l’ambito spirituale nella certezza che l’ignoranza diffusa non permetterà alle persone di pensare con la propria testa.
Tutto questo non solo è noto, ma è sfruttato quotidianamente da chi ha capito che il potere si ottiene basando la propria vita sulla ragione e sfruttando le debolezze di chi invece lascia che l’impulsività e la superficialità tengano in mano le redini della sua esistenza.
Io li chiamo truffatori dell’anima, e queste stesse persone ridono quando capiscono che la massa crede nella favoletta che il sentimento, quello che spinge a compiere errori irreparabili, è caldo, mentre la ragione è fredda, triste; addirittura godono quando sentono persone farsi paladini del Pathos, del ragionare di pancia, dell’agire d’istinto, e pensano: “Ecco un altro pollo da spennare”.
Ed è la stessa modalità che muove i vari maestri, guru, illuminati e mappine varie ai quali si rivolgono persone in stato di disagio quando non disperate. Loro fra i truffatori, insieme ai politici sono i peggiori, perché insegnano che la mente mente, che occorre la pancia, occorre il cuore, che tutto il resto sono sovrastrutture: misticismo, peace&love, pacifismo. Sono tutti accorgimenti per ottundere le coscienze, per creare una pletora di beoti convinti di essere liberi. E per creare dipendenza.Cesec-CondiVivere 2015.06.03 Marketing della paura 004Fino a quando questo sarà il pensiero dominante, loro avranno vita e denaro, mentre gli altri resteranno nella mediocrità, oppressi, senza nemmeno accorgersi di chi sono i carnefici.
Spesso dimentichiamo che filosofia, quella che ci piace citare quando vogliamo dare rilevanza al nostro lato irrazionale, significa invece amore per la sapienza, esattamente l’opposto di quello che crediamo e del modo improprio con il quale la tiriamo in ballo.
Per essere felici è necessario riuscire ad essere padroni della propria vita, cioè compiere le scelte migliori per noi, in funzione di quello che vorremmo che ci accadesse, cioè usare il Logos. Nonostante l’imprevisto sia sempre dietro l’angolo, non c’è motivo per non indirizzare tutti i nostri sforzi verso i traguardi che vogliamo raggiungere, ma prima di tutto va chiarito un concetto importante: questi sono i sentimenti caldi, forti, che consolidano l’autostima rovesciando la percezione che si ha dell’uso della ragione, del pensare e dell’agire con la propria testa, senza farsi sopraffare da sentimenti irrazionali derivanti dall’ignoranza dilagante.
E’ il vero piacere, più forte di un qualsiasi cambiamento inaspettato, perché quest’ultimo lascerebbe sempre il dubbio, la paura che le cose possano cambiare nuovamente, timore che invece non esiste quando si conosce il perché degli accadimenti, si sanno valutare bene i fattori che hanno portato ad un determinato stato e come ricrearli perché le cose tornino (eventualmente) al loro posto.
Per questo, quando si vuole cambiare occorre ragionare e lasciare che la mente prevalga sulle decisioni impulsive. Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza scrisse l’Alighieri nel Canto XXVI dell’Inferno…
Eccessi incontrollati, scelte errate, fede nelle pseudo-scienze significano solo farsi manipolare, sono i mali che oggi impediscono alle persone di dare una svolta alla propria vita. Sono le forme peggiori di repressione della libertà perché non permettono all’individuo di accorgersi della condizione in cui versa e quindi difficilmente può liberarsene.
Ragionare con la propria testa è la chiave, per farlo il primo passo è ammettere che la ragione è più soddisfacente ed efficace dell’agire di pancia, capire che alle persone non piace usare la testa perché costa fatica, lavoro, impegno, responsabilità mentre l’illusione di soluzioni facili non richiede sforzo, ma non porta a niente, se non ad un diverso livello di schiavitù.
Vogliamo davvero cambiare vita e provare ad essere felici? Cambiamo completamente l’approccio alla vita. Ma il cambiamento richiede sforzi concreti e applicazione metodica che porti a risultati certi e ripetibili.
Ripetibili, questa è la parola chiave. La ragione produce risultati ripetibili, misurabili, che infondono sicurezza. E solo la sicurezza in noi stessi è la chiave della serenità contro lo spaventapasseri dell’ignoranza.

Alberto C. Steiner

Chi sostiene la finanza sostenibile

Sfarfallano come foglie d’autunno gli inviti a partecipare alla kermesse della finanza sostenibile, che avrà luogo dal 4 al 12 novembre aprendosi a Roma e serpeggiando in varie lochescion itineranti per concludersi nella cornice di Palazzo Mezzanotte a Milano, sede della Borsa. Non male come epilogo per una finanza che vuole indossare il vestitino sostenibile…Cesec-CondiVivere 2014.10.20 Io odio la finanza sostenibileQuest’anno non ci andrò. Abbiamo già dato, l’anno scorso. E le ragioni per cui non intendo fare da claque all’evento le scrissi nell’articolo intitolato Onoriamo il Lupo, per noi è un animale veramente Sacro. Soprattutto se parliamo di finanza, pubblicato il 7 novembre 2013 in questo Blog, al quale rimando chi volesse approfondire.
Rileggendolo l’ho trovato addirittura più attuale oggi rispetto ad un anno fa, e prima di passare oltre ne riprendo un breve periodo:
Abbiamo visto quello che dovevamo vedere, detto quello che dovevamo dire ma soprattutto annusato un odore che avremmo preferito non sentire.
Non ci sono piaciuti i toni paludati, saccenti, supponenti. Non ci sono piaciuti i sorrisi a 96 denti splendenti d’acciaio su tre file. Non ci è piaciuto il tono da accademici illuminati, tanto per cambiare da guru della finanza, questa volta eticobiobau.
Non siamo in grado di stabilire se e in quale misura siamo finanziariamente etici e sostenibili, secondo quelli che sono diventati i parametri ufficiali. Dei quali, sinceramente, non ci frega il classico beneamato cazzo perché sono artefatti, e possiamo dimostrarlo. Ma per quanto attiene al nostro piccolo mondo di Amélie dove ci piace vivere abbiamo ancora una volta dimostrato a noi stessi di avere gli attributi e di non essere in vendita. E nemmeno in fistfactoring o in fuckleasing.
Però di una cosa, che avevamo dapprima compreso o se preferite sentito, siamo certi: la finanza, quella vera, quella con i denti a sciabola, si è appropriata dell’ecosostenibilità, della sostenibilità e della solidarietà, con la complicità di coloro che preferiscono usare il termine collettivo al posto di pubblico e nelle retrovie stanno scaldando i motori delle loro Kooperativistiche und Onlusaistische Panzer Divisionen
Indossando il vestitino etico e solidale si sta preparando l’ennesimo atto sodomitico ai danni dei risparmiatori. Non stiamo farneticando: alcune cooperative edilizie che promettevano comunità residenziali in cohousing in autocostruzione lo hanno già dimostrato. Una per tutte: Alisei.
Abbiamo fatto ciò che era nostro dovere fare affinché non rimanessero margini di dubbio circa la supposta (appunto) eticità di una certa finanza e, pur nella limitata potenza della nostra voce, possiamo lanciare un monito: attenzione a chi, con retrostante pabulus politico, irretisce, seduce, indora pillole di ecosolidarietà finanziaria, perché vuole solo avere il controllo anche di quelle realtà, per portarvi l’acqua del proprio mulino fatto di drenaggio di denari pubblici, clientele, commissioni, carrozzoni, compagnie circensi, osservatòri e corte canterina varia.Cesec-Condivivere 2014.10.20 Squali della finanza sostenibileE veniamo all’oggi. Il forum è tecnicamente un’organizzazione non lucrativa la cui finalità è quella di promuovere una finanza etica. Desumendo dal sito si legge: Accanto alle questioni dell’etica della finanza, troviamo altri ambiti sicuramente rilevanti quando si tratti di istituzioni finanziarie e responsabilità verso altri soggetti. Come ad esempio la relazione tra attività finanziaria e sviluppo locale, lotta alla disoccupazione, integrazione degli immigrati, protezione dell’ambiente. Ecco quindi che l’esercizio dell’attività finanziaria è legato a filo doppio con il dibattito sullo sviluppo sostenibile. Un bel blabla di maniera che avremmo potuto leggere nel tema in classe di uno studente di ragioneria, e dal quale chi sa leggere può evincere una matrice sdegnosamente caritativa. Siamo rimasti alla raccolta dei tappini per aiutare i negretti
La compagine societaria, pardon sociale, del forum è così composta:Cesec-CondiVivere 2014.10.20 Composizione societaria forum finanza sostenibileSoci sostenitori
ABI, Associazione Bancaria Italiana
Intesa San Paolo
Natixis
Petercam, Istitutional Asset Management
Vontobel,Private Banking
Soci Ordinari
ACRI, Associazioni di Fondazioni e di Casse di Risparmio SpA
Adiconsum
Allianz
ANASF, Associazione Nazionale Promotori Finanziari
ANIA, Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici
Assofondi Pensione
Assogestioni
Avanzi
Axa Investment Managers
Bloomberg
CDP, Carbon Disclosure Project
CGIL, Confederazione Generale Italiana Lavoratori
CISL, Confedeazione Italiana Sindacati Lavoratori
Cittadinanzattiva
Cometa fondo pensione
ECPI, Sense in Sustainability
EQUI, Private Equity
Etica Sgr SpA
FABI, Federazione Autonoma Bancari Italiani
Federcasse
Fondo Pensione Gruppo Intesa San Paolo
Generali Investment Europe
HDI Assicurazioni
Hines Italia
HSBC
ING Investment Management
Legambiente
MBS Consulting
Microfinanza
Morningstar
Pegaso Fondo Pensione
PensPlan Invest SG
RITMI, Rete Italiana Microfinanza
Societe Generale
Symphonia
Sodalitas
UBS, Unione Banche Svizzere
Unicredit
Unipol
Vigeo Italia
WWF Italia ONG Onlus

mentre il Consiglio di gestione è formato da:Cesec-CondiVivere 2014.10.20 Struttura quote forum finanza sostenibilePresidente
Maurizio Agazzi – Fondo Cometa
Consiglieri
Chiara Mazzuoccolo – Vontobel
Franca Perin – Generali Investments Sgr
Gian Franco Giannini Guazzugli – ANASF
Anna Monticelli – Intesa Sanpaolo
Manuela Mazzoleni – Assogestioni
Salvatore Cardillo – Assofondipensione
Isabel Reuss – Allianz Global Investors
Angela Tanno – ABICesec-CondiVivere 2014.10.20 Gnomo nel boscoCurioso che nel Consiglio non compaiano esponenti di realtà non bancarie… Dietro il paravento dell’etico, del sostenibile e del sociale la finanza dei soliti noti porta avanti i propri interessi. Oggi il guadagno è nell’housing sociale, e allora piatto ricco mi ci ficco: “Per fare edilizia sociale non occorre essere filantropi, neppure costruttori, basta avere le spalle coperte“. Non l’ha detto uno qualsiasi bensì Giuseppe Guzzetti, classe 1934, banchiere, politico, avvocato ed uno degli uomini più influenti d’Italia. Presidente di Fondazione Cariplo dal 1997 e dal 2000 dell’Associazione di Fondazioni e Casse di Risparmio, si proprio quell’ACRI che siede fra i soci del Forum, azionista forte di Intesa San Paolo, presente tra i soci sostenitori del Forum.
Cito dall’interessante Il business del futuro? L’housing sociale, pubblicato dal sito matteo-equilibrio1.blogspot.it ed al quale rimando per approfondimenti: Presidente della Regione Lombardia dal 1979 al 1987, incarna il dominus del governo occulto delle banche e degli intrecci con il potere politico. Lo aveva capito Tremonti, che tentò di porre rimedio al suo strapotere mettendo in dubbio il regime privatistico delle fondazioni. Fu la Corte Costituzionale a stabilire che le fondazioni sono persone giuridiche private dotate di piena autonomia statutaria e gestionale. In quell’occasione gli corse in soccorso anche Gustavo Zagrebelsky, Presidente emerito della Corte Costituzionale, che siede in diversi organi della fondazione Cariplo.
Ad onta dell’aggettivo sociale il nuovo housing è un affare per pochi: banche, fondazioni bancarie e l’immancabile Legacoop con annessi, clientes e connessi.
Se l’edilizia da sempre rappresenta business, quella sociale lo è all’ennesima potenza, e non poteva essere che la Lombardia a tenerla a battesimo, nel 2004, quando vide la luce il progetto sperimentale di autocostruzione assistita gestito da Alisei Ong-Innosense Consulting.
Risultato: nel 2006 fu posata a Pieve Emanuele la prima pietra del cantiere, che si trova in stato di abbandono dal 2011 mentre 24 famiglie che si sono giocate risparmi, energie, tempo e fiducia attendono ancora una abitazione.
Alisei ed i suoi sodali e manutengoli hanno seminato più cadaveri dell’Ebola: a Cologno Monzese, Vimercate, Brugherio, Besana Brianza, Ravenna per citare solo le prime località che mi vengono in mente.
Del resto non dico nulla di strano, artefatto o ingiurioso: basta scorrere internet per trovare riferimenti a iosa. E dire che per non dilungarmi non ho parlato dei Social Bond

Alberto C. Steiner

Vieni a vivere con me?

Sembra che presto, unitamente al defibrillatore, tra la strumentazione salvavita delle unità mobili di rianimazione troverà posto una pulsantiera da ascensore.
Nelle intenzioni del legislatore dovrebbe essere di ausilio negli stati di choc conseguenti ad attacchi di panico: avete presente quegli orribili minuti che si dilatano nell’immensità verticale tra il pianterreno ed il settimo di un qualsiasi condominio in forzata compagnia del vicino che, ne siete certi, ha votato contro la rastrelliera per le biciclette a favore dell’impianto di videosorveglianza? Oppure quel greve silenzio riempito solo da un borbottato buongiorno mentre l’occhio, anziché sorridere alla vicina, è inchiodato sulle modanature satinate che rinserrano lo specchio o, per l’appunto, sulla pulsantiera?
A me non accade, in primo luogo perché dove abito l’ascensore non c’è ed inoltre perché attacco bottone con chiunque, nelle situazioni più impensate. Ma posso comprendere.
La sindrome dell’ascensore, quindi. Che la pulsione alla sperimentazione di nuove forme abitative nasca proprio da lì?
Come per i sacchetti di plastica, nulla si crea e nulla si distrugge… in questa era postmoderna l’idea di vivere in comune torna ad occupare il panorama sociale. Tutto però si trasforma: dimenticati gli echi rivoluzionari e venute a noia le seduzioni dell’amore libero, la nostra anima è oggi tutta per emozioni suscitate da termini quali solidarietà, ecosostenibilità, integrazione assistita, decrescita felice.
La neo tendenza (c’è sempre un neo, da qualche parte…) a coabitare ha da qualche anno accelerato la propria curva di crescita: perché più che a una casa aspiriamo ad un ecosistema, perché siamo cuori verdi bio, perché siamo cuori grandi e la famiglia non ci basta, perché siamo cuori allegri e stare da soli… uff che noia.
Evviva le neocomuni quindi ma, come faceva dire il Manzoni al cancelliere Ferrer, si puedes y con juicio e facendo ricorso all’iniziativa privata, senza aspettarsi che la manna cada dal cielo, senza associarsi, consociarsi o avvilupparsi a qualche carrozzone politico che promette, illude per tornaconto, non fa crescere ed alla fine si rivela come il carro di Mangiafuoco: luccicante di lumi ma pronto a trasformare tutti in ciuchi.
I fatti lo dimostrano: le 26 iniziative censite a fine 2012 risultano essere oltre 200 alla fine dello scorso mese di settembre, ma molte di queste non sono associate alla RIVE, non compaiono sui social, non si aspettano che nessuno assegni loro alcunché. Individuano una cascina o un gruppo di case in un borgo abbandonato, studiano la fattibilità dell’intervento, mettono mano al portafogli, contraggono un mutuo e partono con la cantieristica affidandosi all’autocostruzione integrata dall’aiuto di professionalità specifiche, in particolare per quanto riguarda la statica, l’ambito energetico e gli aspetti tecnico-finanziari.Cesec-CondiVivere 2014.10.20 Ecovillaggio 005Ed anche il fattore tempo è dalla parte dell’iniziativa privata: tre anni costituiscono la durata media del periodo che va dall’idea alla consegna degli immobili, mentre nell’ambito dell’ortodossia ecosocialsostenibile non è raro trovare gente che dopo un decennio non ha ancora deciso che nome darsi.
Non è la prima volta che lo scrivo: molti hanno iniziato a comprendere che la consapevolezza passa anche dal mollare quelle sovrastrutture denominate ideologie e nel guardare alla concretezza. Per crescere insieme dopo che ciascuno ha iniziato a crescere da solo, lasciando perdere utopie, sogni, fantasie fuori contesto o di dubbia realizzazione e rivendicando ciascuno, pur in un ambito solidale, le proprie autonomie ed i propri spazi.
Soprattutto rifuggendo da quella modalità che vorrebbe annientare l’individualismo mettendo tutto in comune, soprattutto il denaro riconoscendo di fatto solamente la paghetta mensile anche a chi opera esternamente all’ecovillaggio e porta alla casa comune lo stipendio. Obbligato a sottostare ad una decisione collettiva che suona come un processo pubblico anche qualora trattasi di acquistare un minipimer per casa propria.
Questa vera e propria logica della setta (sicuramente più vantaggiosa rispetto a quella dell’Opus Dei: qui si parla di mancette variabili da 50 a 200 Euro mensili, ai nipotini di Josemaría Escrivá ne spetterebbero solo 30) permea molte vicende, ed è quella propugnata da certi aggregati portati ad esempio da quella specie di bibbia dell’ecovillaggista che è Ecovillaggi e cohousing, dove sono, come farne parte. Fortunatamente ha fatto il suo tempo, riscuotendo ormai credito solo presso alcune fasce di militante marginalità attanagliata dal male di vivere.
Questo scritto costituisce l’ideale seguito di Ecovillaggi, la rivoluzione silenziosa pubblicato in questo stesso Blog il 13 ottobre scorso.Cesec-CondiVivere 2014.10.20 Ecovillaggio 002Tra le motivazioni che portano a voler vivere in cohousing, e più ancora in ecovillaggio, non vi è solo il desiderio di una vita più ecosostenibile orientata verso un paradigma differente, una maggiore coerenza con una visione realmente ecologica ed olistica dell’esistenza. Autoproduzione, economia condivisa nello scambio ed attraverso il mutuo sostegno, consumo consapevole ed attenzione all’alimentazione nel rispetto delle diversità per chi vuol essere onnivoro, vegetariano, vegano, uno stile di vita naturale ed essenziale sono tutte nobili motivazioni, ma nascono da ben altre e più profonde, vale a dire da un vero e proprio processo di cambiamento interiore.
Detto in altri termini: nascono quando si diventa Consapevoli, Risvegliati, Guerrieri.
Decidere di vivere in un cohousing o o in un ecovillaggio non significa semplicemente metter su casa nel verde, ma ricercare primariamente un’armonia interiore attraverso un percorso di risveglio che coinvolge i piani psicologico, energetico, emotivo, relazionale, pratico ed economico legati ai concetti di sostentamento e sopravvivenza.
Tanto è vero che non ci si arriva improvvisamente, bensì attraverso un graduale percorso di crescita i cui primi segnali sono costituiti dal senso di smarrimento, frustrazione, sofferenza per come l’essere umano sia capace di condizionare se stesso distruggendo e danneggiando gravemente la Natura. Condizionamenti, menzogne, assuefazione alla violenza, egocentrismo che vengono sentiti come obsoleti e distruttivi.
Rabbia e frustrazione portano a cercare informazioni valicando quei canali ufficiali che mantengono le persone nel senso di inferiorità, di asservimento a bisogni indotti, di impotenza e paura.Cesec-CondiVivere 2014.10.20 Ecovillaggio 003Ad alcuni prende l’illusione di denunciare e controinformare, salvo scoprire che anche nell’attivismo socio-politico apparentemente più genuino si nascondono truffe e truffatori. Ad altri non par vero di aderire a gruppi, movimenti, associazioni che accogliendo amorevolmente propugnano l’ecosostenibilità, salvo scoprire che sono delle sette, e che esistono funzionalmente a una casa editrice, un marchio, una catena di ditribuzione o tutte queste cose insieme, oltre che per aprire tavoli ed organizzare convegni fruendo di fondi pubblici drenati da quel sistema che tanto denigrano.
Chi sfugge a tali ennesime sovrastrutture, illusorie bandiere di un conformismo dell’anticonformismo, inizia a pensare non già a come fare per cambiare il vecchio, bensì a come dare alimento al nuovo. Il vecchio, non più nutrito,  morirà per inedia…
Inizia quindi a ricercare soluzioni reali per sè e per la propria famiglia, più o meno allargata ad amici e conoscenti sintonici con quel modo di sentire e pensare.Cesec-CondiVivere 2014.10.20 Ecovillaggio 001Da soli o in gruppo si va a vedere questo o quel villaggio abbandonato, ed intanto tempo e situazioni contribuiscono a scremare chi vive l’esperienza come socializzante gita in campagna od occasione per l’ennesimo imbonitorio blabla. E si passa ad una fase di profonda introspezione mettendo in discussione se stessi e le proprie scelte, non guardando più all’esterno accusando e giudicando. E parafrasando la storica frase pronunciata da John Kennedy il 20 gennaio 1961: Non chiedete che cosa il vostro paese può fare per voi, ma cosa voi potete fare per il vostro paese, si inizia a domandarsi cosa realmente sia possibile fare per se stessi.
Partendo quindi dal sé, per sè e per i propri cari e non più per un evanescente collettivo, si cessa di sentirsi una marionetta, una vittima lamentosa, iniziando ad ascoltarsi per seguire concretamente ciò che si desidera, ad essere per primi quel cambiamento che si desidera per il mondo.
Abitudine, comodità, resistenza al cambiamento, paura del giudizio, timore di non farcela o di ripercussioni da parte del sistema, depressione, fissazione su pensieri di fallimento, ansia dell’incertezza sul futuro scompaiono insieme con la desuetudine ad affidarsi al proprio intuito, alla scarsa stima di sé, ai condizionamenti religiosi, culturali e familiari passivamente subiti per secoli.Cesec-CondiVivere 2014.10.20 Ecovillaggio 004Ci si rende conto di essere Cocreatori della realtà e non si ha più voglia di perder tempo attendendo che la maggioranza si decida. E nemmeno di interagire con essa, nella finalmente maturata consapevolezza che c’è chi è nato per essere libero e chi per essere schiavo e che tutto dipende dal singolo, un singolo che si è fatto la propria rivoluzione armonizzando le parti in conflitto per agire verso un radicale cambiamento della realtà esterna generando armonia intorno a sé, senza più proiettare all’esterno tensioni interiori o timori.
E si arriva così alla creazione del nuovo, scoprendo che anche nel quotidiano ancora urbano si tende a frequentare persone che vedono l’essere umano come Anima incarnata connessa con il Tutto, attratte dall’idea di coltivare orti e frutteti, di affondare le mani nella Terra con la consapevolezza che può contribuire a fornire il sostentamento necessario nella connessione profonda con gli elementi naturali, ma soprattutto con il proprio Centro. E si arriva così all’autoproduzione, magari iniziando dal terrazzo o dal giardino di casa, al mutuo sostegno, alla creazione di reti di scambio di prodotti, tecnologie, lavoro, competenze e risorse. Scoprendo infine che è possibile vivere, e vivere bene, risparmiando drasticamente sui costi della vita e, diventando sempre più indifferenti ai prodotti delle multinazionali, costituire una società parlallela ecosostenibile e alternativa. Ma soprattutto creattiva.

Alberto C. Steiner

Network Marketing e teoria dello schiavo

Ricevo periodicamente la newsletter di uno dei troppi guru della finanza creativa che insegnano al colto e all’inclita come far soldi senza soldi, nella fattispecie come diventare trader immobiliari e proprietari di sterminati patrimoni edilizi dai quali trarre un reddito, semplicemente mettendo a frutto l’intento, seguendo i costosi corsi tenuti da questi dispensatori di Sapienza e Verità e, perché no, come ricavare denaro partecipando a strutture di network marketing. Qualche lettore potrebbe osservare: ma se l’argomento ti fa così schifo perché non ti cancelli dalla newsletter? Per due ragioni. Anzitutto per conoscere cosa gira nel panorama di riferimento, discariche comprese. In secondo luogo perché, come diceva tanti anni fa un amico torinese: “Leggo Stampa Sera per poterla disprezzare con cognizione di causa.” Nella fattispecie il nostro guru racconta tutto tronfio di essere appena tornato da un viaggio alle Hawaii organizzato da una società di network marketing e, tiene a sottolineare: “Pagato da loro“. E, gigionando, non manca di far osservare: “Mi ero iscritto circa 4 anni fa e piano piano ho costruito una struttura. La cosa magica del network è la duplicazione. 11 persone inserite sono diventate 2060 per effetto della duplicazione. E anche se guadagno 11 euro a persona in media al mese incominciano ad essere soldi che attirano la mia attenzione. Soprattutto per la qualità del denaro che ad un certo punto perde la proporzione tra sforzo e risultato. L’azienda ha distribuito premi per 71.000.000 di $ in una sera. Da 50.000 a 2.400.000 a persona… C’erano 3.000 persone (che guadagnano dai 200.000 a oltre 10.000.000) e circa 400 persone hanno avuto accesso al bonus… Io ero tra i barboni… Inoltre feste a tema, cene di gala ecc ecc tutto per confermare l’eccezionale stile di vita che questo tipo di attività dà a chi ci crede e si impegna.KL-Cesec-CV-2014.04.02-NM-005Afferma inoltre che il NM non è per tutti ma solo per chi è attrattivo o vuole diventarlo, e la misura del successo è data da crescita personale ed assegno, che vanno di pari passo; l’importante è che l’azienda abbia prodotti che creano fan, dato che si guadagna dal consumo: se il prodotto non crea consumatori fedeli ogni volta bisogna cercare nuovi clienti/distributori e la struttura non cresce in maniera esponenziale. E, da quel guru che è, conclude la concione affermando: “Qualunque commerciale dovrebbe fare network, qualunque imprenditore dovrebbe avere almeno una entrata da network. La cosa buona del network sono le abilità che devi sviluppare per crescere. Se non ti formi, non impari e non fai non cresci. Può essere fatto full time, part time o per aggiungere un piccolo reddito da casa.”Computer study
Invito chi legge a focalizzare l’attenzione sull’insipienza di quanto questo figuro afferma, nonché sugli squallidi riferimenti offerti come modelli inarrivabilii, non senza far notare come (stranamente?) costui ometta il nome del network foriero di cotanta cornucopia… Continuo a ribadire il mio pensiero sull’argomento: se ho un prodotto ripetibile, assumo agenti e rappresentanti perché me lo vendano, loro si presentano ai clienti che a loro volta possono essere distributori o negozianti, se il prodotto è buono e loro sono bravi vendono e, se il prodotto va, mi rinnovano gli ordini tramite i rappresentanti. Naturalmente, compatibilmente con le mie possibilità e funzionalmente a strategia e target, investo anche in pubblicità e comunicazione, e il prezzo finale del prodotto è ovviamente formato anche dai miei costi di promozione e vendita. In ogni caso io sono il produttore, lui è il rappresentante, quell’altro è il negoziante e tutti sanno con chiarezza chi sono e chi siamo. E vissero tutti felici e contenti. Detto in altri termini, tutti lavoriamo e io, come è giusto che sia, mi assumo il rischio d’impresa. Trovo che il concetto del Network Marketing, che preferisco continuare a chiamare con il nome che gli spetta: Catena di Sant’Antonio, fatti salvi alcuni casi di eccellenza sia l’antitesi del concetto di lavoro, che parte dalla premessa interiore di guadagnare alle spalle degli altri. E sempre che non si configuri come una truffa; tutti ricorderemo il caso Tucker, il tubo che non serviva a un tubo che ha spopolato nel decennio scorso.KL-Cesec-CV-2014.04.02-NM-004E, mi duole doverlo affermare ma sono i fatti a sostanziarlo, la maggior parte di chi cede alle lusighe del Network Marketing si colloca ideologicamente nella fascia della cosiddetta alternativa, quella che aborre il lavoro in quanto fonte di sfruttamento. Non sto parlando a vanvera, e cito solo due casi. Uno si chiama Aloe più o meno vera, che impazza nel mondo di una certa spiritualità e meditazione. Per guadagnare devi cominciare a spendere 250 euro di prodotti, e il reclutamento avviene attraverso il passaparola utilizzando cene e serate in location più o meno gradevoli. L’altro è anche peggio perché non presuppone l’esistenza di un prodotto ma solo l’anelito ad arricchirsi: si chiama Ruota dell’Abbondanza, imperversa nello stesso mondo, in particolare in quello dei Sanniasyn di Osho e consiste nell’intortare (scusate, ma intortare è più pregnante rispetto a convincere o persino irretire) otto illusi affinché versino 10.000 Euro ciascuno; una volta che la ruota è completata il promotore ritira il malloppo, e intanto gli altri hanno istitutito a loro volta altrettante ruote. Costo dieci, resa ottanta. Se va bene. Naturalmente è tutto ammantato dal segreto, anche perché questi censori della morale capitalista ben sanno che è tutto in nero, nulla si scrive, tutto si dice sottovoce e mai al telefono. Si organizzano feste in casa ora dell’uno ora dell’altro, ci si autoincensa e via. Qualcuno rimane con il cerino acceso in mano, a qualcun altro son capitati in casa i Carabinieri a rovinare la frittata, se ne è molto parlato l’anno scorso specialmente in certe zone del Piemonte.E tutto questo per tacere dei modelli di riferimento: denaro, luccichii, guadagnare senza far nulla. Non mi stupisce che prenda molto certi soggetti che aborrono anzi avversano l’idea di imprenditoria, sbandierandosi peraltro puri, consapevoli e alternativi. E vi è mai capitato di avere a che fare con questi reclutatori, peggio ancora se sono fra coloro che il network lo stanno inventando? Vi invitano per un caffè e, dopo una premessa evanescente condita da fantasmagorici dati snocciolati, vi propongono di entrare a far parte di un team di successo: partiamo da cinque e entro un anno siamo a duemilaottocentotrentasette, ti mostrano uno schema piramidale come se ti svelassero le cellule della Resistenza. Ti parlano di piattaforme, di e-gadget, di e-book, e il loro tono giunge invariabilmente all’untuoso di sapore levantino. Ti parlano di milioni di euro e sono vestiti da straccioni, li conosci e sai bene quanto fatichino a sbarcare il lunario pur non avendo mai capito bene cosa facciano per vivere. In ogni caso sono improbabili. E poi ci sono quelli che del network fanno già parte, e te li ritrovi vicini di tavolo a una cena alla quale hai partecipato per divertirti e rilassarti, ti rintronano con le loro mirabolanti performances basate su valori che per loro sono assoluti ma che – almeno per me – non significano nulla, anzi sono fuffa. Non infrequentemente sono dei tamarri sottoacculturati, e lo dimostrano nell’abbigliamento e nell’accessoristica, nell’auto che non perdono occasione di far notare. Se sono donne, sono delle assatanate, di una volgarità esemplare, di quelle con le quali un uomo normale si vergognerebbe a farsi vedere in giro. Estetiste che argomentano di alta finanza lasciandoti intravvedere le tette. Con il cellulare sul tavolo che squilla incessantemente. Il network marketing, così concepito, costituisce in realtà una delle peggiori forme di schiavitù, quella che ti fa credere di esserti riscattato, di essere diverso, migliore, un ganzo. E vi dimostrerò il perché.KL-Cesec-CV-2014.04.02-NM-001Il nostro Paese, così come lo conosciamo e prima che si sfasciasse, è stato costruito dall’imprenditoria. Più o meno illuminata, più o meno lobbistica, più o meno qui, più o meno là, ma imprenditoria. Un’imprenditoria proveniente da Belgio, Francia, Germania, Svizzera, Regno Unito che, affiancata da lungimiranti locali, generalmente di nobili origini, cospicui patrimoni fondiari e qualche esperienza protoindustriale, ha dato vita all’Italia di fine Ottocento: pensiamo solo alla ferrovia dei Giovi destinata a creare uno sbocco marittimo ai mercati centro-europei, pensiamo alle tramvie a capitale prevalentemente belga che per ogni dove solcavano le strade, in particolare quelle lombarde per trasportare merci, pensiamo alle realtà torinesi, milanesi, a Sesto San Giovanni, al Bresciano. Pensiamo allo sfruttamento delle risorse idriche per produrre energia elettrica. E pensiamo alle innumerevoli attività artigianali che hanno segnato la storia del nostro Paese.KL-Cesec-CV-2014.04.02-NM-002E tutto questo prima che arrivasse l’Iri di Prodi. Prima che arrivassero la finanza di carta e i finanzieri di cartone. Prima dei vari Cultrera, Sgarlata, Fiorini, Canavesio e prima degli imbonitori televisivi. Prima che quelli che avevano vissuto di tangenti si reinventassero equosolidali. Poi è arrivato il peggio: l’Italia dei venditori di spazzole con la barzelletta sconcia, l’Italia puttaniera e della menzogna, l’Italia del fottere lo Stato, anzi del diventare stato per potersi fare i cazzi propri. L’Italia che ha avuto spazio perché sostenuta da tanti che bramavano di essere così. L’Italia che sembrava quella dei filmacci con Boldi e De Sica. Cosa c’entra l’industrializzazione nazionale con il network marketing? C’entra, eccome. C’entra nella misura in cui si è creata l’attuale cultura del non lavoro. O, ancora peggio, la cultura del mio figlio farebbe qualsiasi cosa, ma non trova niente. La questione è anche questa: essere disposti a fare qualsiasi cosa, compreso farsi sfruttare in un call-center per imbrogliare telefonicamente chiunque capiti a tiro proponendo qualsiasi cosa, pur truffaldina che sia. E per quattro soldi, oltretutto. Di cosa sto parlando? Sto parlando della mentalità dello schiavo. Che poi finisce per credere di essere padrone, addirittura alternativo. E questo concetto inizia ad essere instillato dalla famiglia, dalla scuola dove ti insegnano ad essere uno schiavo (presente In fila per tre di Bennato?) però in modo ben più raffinato che in passato. Sto parlando del non reinventarsi, dell’accogliere supinamente modelli, e non fa nulla che chiunque potrebbe obiettare che a nessuno piace lavorare, ma quando si è sottoposti alla necessità di vivere allora si cerca il lavoro, addirittura si combatte per esso giungendo al punto che qualunque mansione andrebbe bene, e si è persino disposti a morire per coloro che fingono di riconoscerci diritti, ma che lo fanno nel loro interesse. Che è quello di tenerti sempre più sotto il tallone. Proviamo invece a pensare esattamente al contrario: non è  forse perché alle persone non interessa nulla di profondo, nulla che oltrepassi la soglia della sopravvivenza, dell’anestesia allietata da innumerevoli gadget che si costringono a lottare e sgomitare? La soluzione sta nell’affrancarsi dall’ancestrale paura della fame riprendendo possesso della propria dignità, della propria nobiltà interiore dedicandosi anzitutto a ciò che di più elevato si riesce a produrre interiormente, vale a dire l’identificazione con la propria anima, l’unica vera essenza nella quale è già scritto qual è il mestiere al quale dobbiamo dedicarci per vivere in maniera equilibrata. Tanto per cambiare sto parlando di Consapevolezza, di vivere nel Presente. Questa è una civiltà che mira a fabbricare servi, e da sempre i servi complottano per fottersi tra loro, senza ritegno, molto spesso per assomigliare ai tanto vituperati padroni. Ma nessuno ci vieta di riacquistare la nostra dignità, per esempio non accogliendo come alternative o liberatorie attività che altro non sono che una forma di sfruttamento. Tutto qui. Ciascuno ne tragga le considerazioni che preferisce.

Alberto C. Steiner

Percorsi per ecovillaggisti. Formativi?

Leggiamo su un noto mensile dedicato all’ecosostenibilità la notizia dell’istituzione di un percorso formativo a moduli, di durata annuale, istituito per conoscere gli ecovillaggi, capire come funzionano, avere consigli per crearne uno. Presentato come “percorso di conoscenza ed esperienza delle numerose pratiche di vita che caratterizzano la vita degli ecovillaggi”, ci sembra un’ottima iniziativa; incuriositi andiamo a guardarci dentro.
Il percorso di formazione è suddiviso in 5 moduli: visione del mondo, crescita personale, ecologia e ambiente, economia e questioni giuridico-amministrative, sociale e, come leggiamo nella presentazione dei singoli moduli, più precisamente:

  • Crescita personale dal 28 febbraio al 2 marzo
  • Ambiente-agricoltura dal 28 al 30 marzo
  • Ambiente-agricoltura dall’11 al 13 aprile
  • Ambiente-agricoltura dal 4 al 6 luglio
  • Ambiente-abitare dall’11 al 13 luglio

Ci risulta che da fine febbraio a metà luglio siano cinque mesi, non ci è quindi chiaro il senso di quell’annuale. Ma fiduciosi proseguiamo. Ogni modulo si tiene nei fine settimana, ogni volta in un ecovillaggio differente e, citiamo: “Viene sviluppato riportando esperienze concrete degli ecovillaggi italiani e approfondito negli aspetti caratteristici dell’ecovillaggio stesso, così i partecipanti possono conoscere la filosofia e i metodi che orientano l’ecovillaggio ospitante. I membri dell’ecovillaggio che organizzano  il modulo, possono far intervenire esperti e ospiti esterni, se dai residenti o altri ecovillaggi non giungono  contributi“.
In che senso, se non giungono contributi? boh, proseguiamo nella disamina del programma.KL Cesec CV 2014.02.21 Fattoria didatticaUna comunità nella comunità… essendo la vita comunitaria la matrice fondante di ogni ecovillaggio, durante il periodo di formazione i partecipanti vivranno il proprio gruppo come una vera e propria comunità nella comunità: essi si impegneranno per collaborare, comunicare, esprimere le proprie attitudini, organizzare le attività della giornata all’interno dell’ecovillaggio, confrontarsi e condividere pratiche del vivere comune“.
Detto in altri termini si sgobba, e non solo in aula. Bene, visto che val più la pratica della grammatica. Ma, chissà perché, cominciamo a sentire fetore di worker, di cleaning meditation e di cazzeggio… andiamo avanti.
I costi vanno da un minimo di 50 euro ad un massimo di 150 euro a modulo, a seconda dell’ecovillaggio ospitante“. Non poco. Rileviamo 150 indicati come apparentemente omnicomprensivi in una struttura, mentre una seconda prevede la sottoscrizione di una tessera associativa del costo di 10 euro oltre a contributo libero a partire da 50 euro.
Il terzo specifica: alloggio 110 € in tenda, 120 € a persona in camerata; vitto € 5,00 a pasto; corso € 70,00, quindi nell’ipotesi più economica 70+5×6+110=210.  Le restanti location non danno indicazioni, quasi tutte le sedi chiedono ai partecipanti di portare materassino o sacco a pelo.
Ed ora passiamo a vedere a chi è rivolto il percorso formativo: “Il percorso formativo è sopratutto una opportunità per chi sta avvicinandosi al mondo degli ecovillaggi, con un progetto o semplicemente un’idea, di conoscere e sperimentare le numerose attività che essi svolgono, ricevere informazioni utili, costruirsi delle competenze sulla base delle esperienze di ecovillaggi più solidi. Le finalità del progetto sono diffondere strumenti di natura pratica e relazionale, far conoscere la cultura degli ecovillaggi, promuovere modelli di ecoreversibilità (favorevoli all’ambiente) e proporre un’esperienza di vita all’interno di un ecovillaggio“.KL Cesec CV 2014.02.21 PecoreNel primo modulo, Crescita personale, si contempla:
Arrivo venerdì alle ore 15:00 e varie attività introduttive sino alle ore 20:00 quando si terrà Scambio trattamenti Reiki. Fondamentale. Segue pizza nel forno a legna.
Sabato e domenica impegnati in ascolto reciproco, comunicazione e counseling per giungere, dalle ore 16:00 alle 18:00, a Giochi per conoscere se stessi e costruire comunità. Imprescindibile. A seguire, Cerchio conclusivo di condivisione
Nel secondo modulo Ambiente-agricoltura, relativo ad agricoltura ed autosufficienza alimentare, si contempla:
Arrivo in concomitanza del pranzo di venerdì, presentazione e socializzazione e lezione itinerante di presentazione della comune per arrivare dalle 17:00 alle 19:00 a lezione su Agricoltura biologica ed altre tipologie agricolturali.
Si riprende il sabato con vigna, uliveta, bosco: coltivazione ed equilibrio ambientale (09:00-10:15) e attività pratiche: vigna, olivi, bosco (10:30-12:15). Dopo pranzo attività pratiche nell’orto e nella cucina, panificazione e, dalle 17:00 alle 19:00, cucina ed autosufficienza: alimentazione sostenibile.
La domenica attività pratiche in pollaio, conigliaia, porcile, stalla dalle 07:30 alle 09:00 e, dalle 09:30 alle 11:00, lezione su norme e pratica dell’allevamento oppure, in alternativa, orticoltura biologica e, dalle 11:30 alle 12:30 lezione su sottobosco, erbe selvatiche, api.
Si specifica che “Il programma potrà essere adattato anche in relazione degli interessi espressi dai partecipanti“. Segue dibattito?
E passiamo al terzo modulo Ambiente-agricoltura, che contempla tecniche di agricoltura naturale: agricoltura biologica e biodinamica, cenni di permacultura realizzazione di swales, organizziamo una piccola food forest, metodi di progettazione. Vediamo:
Arrivo per il pranzo del venerdì e presentazione dell’ecovillaggio ospitante e del programma formativo.
Dalle 16:30 alle 19:30 agricoltura biodinamica, storia dell’orto del giardino, come realizzare swales, realizzare aiuole perpendicolari alle curve di livello e realizzare palline di argilla per reinverdire in modo funzionale. In sole tre ore? Niente male…
Dopo la colazione del sabato sopralluoghi sui diversi tipi di orti, acquisizione di conoscenze sul campo, esperienza pratica, avvio di sentieri sensoriali con elementi naturali e, dopo pranzo, applicazione delle conoscenze acquisite mediante servizio in ecovillaggio legato all’agricoltura.
Domenica mattina dalle 09:00 alle 10:30 teoria all’aperto: come seminare e come trapiantare, come piantumare, come raccogliere, per proseguire dalle 10:30 alle 11:30 con sperimentazione conoscenze acquisite e concludere dalle 11:30 alle 12:30 con cerchio conclusivo di condivisione e consegna attestati.
Dopo pranzo e prima dei saluti, dalle 15:00 alle 17:00 servizio volontario nell’ecovillaggio.
Per inciso, questa è la location che prevede il contributo libero a partire da 50 euro.
E veniamo al quarto modulo di Ambiente-agricoltura, in una location che dispone di 1,3 ha di terreno con ulivi ed alberi da frutto, poco meno di mezzo ettaro adibito a frutteto ed orto sinergico e tradizionale, 10 galline ovaiole ed un fienile adibito ad attività olistiche e creative.
Il programma, non definito quanto ad orari ma che prevede il rilascio di dispense, prevede Introduzione all’orto sinergico: agricoltura naturale, sinergica, biodinamica e permacultura; Osservazione del sito: note sul clima italiano, geobotanica e indicatori botanici, i venti dominanti, giacitura e pendenze, esposizione del sito, qualità del terreno, autofertilità del suolo; Costruzione dell’orto: squadro del terreno, costruzione di una spirale, costruzione dei bancali; Note generali: compost, semenzaio, sinergia e consociazioni delle piante, lotta ai parassiti, elenco voci delle opere e forniture per la realizzazione di un orto sinergico, percorso floristico di riconoscimento specie forestali ed erbe selvatiche commestibili e medicinali.
Tutto questo in 15h30′ intervallati da canti e balli intorno al fuoco, preparazione cena vegetariana, cerchi di condivisione, al costo di 210 euro.
E concludiamo con il quinto ed ultimo modulo, Ambiente-abitare, che si tiene nella location del modulo precedente, si suppone quindi debba costare nuovamente 210 euro.
Bioedilizia: inserimento dell’ecovillaggio nel paesaggio, feng shui e geomanzia occidentale, presentazione tecniche alternative di costruzione in legno, paglia/legno, terra cruda, geocase, bioarchitettura, iter di concessione abitativa e percorso di autocostruzione;
Tecniche di analisi paesaggistica: evoluzione della vegetazione ed evoluzione dei paesaggi agro/forestali, metodi di valutazione del paesaggio, esempio di analisi paesaggistica;
Studio di ecovillaggio a scala territoriale: uso del suolo per agricoltura, forestazione e zootecnia, proprietà delle aree, collegamenti e trasporti, demografia e servizi, economia e turismo, opportunità culturali, peculiarietà e potenzialità;
Studio del paesaggio a vasta scala: clima, suolo, acqua, topografia, morfologia del terreno, esposizione e pendenze, vegetazione naturale e antropica, agricoltura, forestazione e zootecnia, fauna, valori e difetti;
Quali abitazioni per quali paesaggi?: ecovillaggi, cohousing, moduli abitativi e insediamenti umani sostenibili;
Teoria e pratica sulle tecniche alternative di costruzione: case in legno, paglia, terra, geocase;
Bioarchitettura: masse termiche, recupero acque, risparmio energia, materiali biocompatibili:
Normative: opportunità di accesso alla terra, percorso amministrativo per autorizzazioni edilizie:
Avviamento e coordinamento per l’autocostruzione abitativa.
il tutto in 15 ore intervallate come sopra da canti e balli intorno al fuoco, preparazione cena vegetariana, cerchi di condivisione.
Consegna attestati, saluti, baci e inevitabili abbracci di condivisione.
KL Cesec CV 2014.02.21 MonnezzaSignori, questa è fuffa. Allo stato puro e a caro prezzo.
In questi moduli, dove intanto si dà una mano nell’orto e nella stalla (povere le bestie che verranno munte da mani inesperte!) si sfornano illusi convinti, poiché per espressa dichiarazione di presentazione riportata in apertura vengono forniti strumenti, di sapere come si impianta un ecovillaggio, veleggiando amabilmente nello spazio di qualche ora condita di pressapochismo su argomenti che normalmente occorre qualche anno per sviluppare negli istituti per geometri e periti agrari o nelle facoltà di biotecnologia, architettura, ingegneria, agraria, medicina veterinaria. E in ulteriori anni di pratica, studio, sperimentazione.
Un esempio? Solo per costruire case in terra cruda è in atto da cinque anni un percorso formativo che si avvale di vecchi artigiani sardi e francesi, i soli che oggi da noi siano i depositari di quel sapere.
Se i moduli fossero stati proposti come: cinque week-end in campagna per dare un’occhiata divertendosi niente da dire. No, invece si dichiara espressamente: ricevere informazioni utili, costruirsi delle competenze. Competenze?
La questione è che, finché l’ecosostenibilità sarà appannaggio di questa gente alternativa che di alternativo ha solo notevole pochezza condita da altrettanto sussiego, la numerosa gente normale ma attenta alle questioni ecologiche si guarderà bene dall’accostarsi a siffatte istituzioni, temendo di finire in una comune fricchettona e lasciandole così preda di chi vive una realtà che, stando così le cose, sarà sempre e solo marginale e fuorviante.

Alberto C. Steiner