Le vacanze migliori? quelle più semplici

Stanno arrivando le festività natalizie e ci ritorna in mente la storiadi due famiglie che avevano provato a far le vacanze insieme. La famiglia A ci aveva provato, un paio di volte, a trascorrere le vacanze con la famiglia B. Non funzionava. Tra le molteplici differenze una era proprio insopportabile: quando si trovavano in un certo luogo i B parlavano invariabilmente di come sarebbe stato bello essere in un altro posto.

 

Immaginatelo: siete insieme in un bel rifugio in montagna a gustare porcini e loro, invece di assaporarli, continuano a discettare su come sarebbe bello essere al mare in quel tal posto dove fanno così bene il pesce…

 

E poi si fa presto a dire andiamo altrove: un vero viaggio richiede piccoli passi, con la mente aperta e svuotata, gli occhi che scrutano con la meraviglia del bambino, i cibi inediti, le chiacchiere con sconosciuti, il piacere di smarrirsi sprecando tempo, l’ascolto dei silenzi compresi quelli interiori. La famiglia B invece no, insegue il dover fare, l’accelerazione, la saturazione mentale. “La vacanza costa, facciamola rendere!” Così anche in vacanza si affanna, e torna più stanca di prima.

 

Ecovacanze in Val Pusteria

 

Ad esempio, cosa mai spingerà la famiglia B a passare ore e ore in aereo, cambiare continente e fuso orario per poi trovare, sotto un cielo diverso, le stesse esperienze che troverebbe qui? La stessa discoteca con le stesse musiche che troverebbe in Romagna, la stessa piscina al cloro di qualche comune del milanese (però qui di fianco c’è l’oceano, mica il Lambro), gli stessi vassoi con quantità esagerate di cibo industriale praticamente uguali a quelli che la pro-loco del varesotto compra al cash and carry per le sue sagre (qui però, vuoi mettere? arrivano dall’Europa in aereo, con grande spreco di soldi, carburante, intelligenza…). Oltretutto la famiglia B non mette il naso fuori dal recinto del villaggio-vacanze se non per qualche tour organizzato e, quando torna a casa, non ha la più pallida idea di come siano persone, mercati, odori, colori del paese che ha visitato.

 

La famiglia A preferisce cercare un vero altrove.

 

E’ inutile cercarlo agli antipodi del pianeta se non lo sappiamo trovare dentro noi stessi: occorre decelerare, risvegliare i sensi, reimparare a godere ciò che sta succedendo. Qui e ora.

 

Non occorre andare lontano. In fondo siamo in Italia, giardino d’Europa e museo del mondo, sicuramente un po’ bistrattato ma guardiamo il bello, che c’è, invece di sfinirci a sfrucugliare su ciò che non funziona; Possono bastare pochi euro di treno e due panini per essere i turisti più ricchi della Terra. E infatti c’è un altro motivo per cui la famiglia A quest’anno resta in Italia, la crisi. La questione non è solo spendere meno, è molto importante anche spendere in modo che quei soldi girino tra noi, nell’economia a km zero, senza finire negli hotel delle grandi catene e da lì in qualche altrove di tutt’altro genere.

 

Noi siamo dalla parte della famiglia A: guardiamo bene ogni banconota che spendiamo nelle vacanze, con quei soldi siamo convinti di contribuire a plasmare il nostro bel paesaggio migliorandolo premiando agriturismi, ristorantini, vigne, aranceti, uliveti… piuttosto che peggiorarlo finanziando gli albergoni di cemento sulle coste ed i vacanzifici del divertimento coatto.

Campo di Brenzone: le nostre idee per il suo recupero

In quanto rispettosi del territorio e delle identità culturali suggeriamo un’ipotesi su cui lavorare: non albergo diffuso sic et simpliciter, bensì l’attuazione di una realtà residenziale in cohousing e, tra gli spazi di proprietà comune, quelli destinati all’attività ricettiva.

 

Cohousing, ovvero comunità coresidenziale, significa che ciascun nucleo familiare vive in uno spazio di proprietà esclusiva, condividendo spazi comuni pensati per lo svolgimento di un’attività collettiva: biblioteca, ludoteca, lavanderia e via enumerando. Perché non un albergo diffuso? o, addirittura, la possibilità per chi lo desidera di aprire la propria casa ad un’attività di Bed & Breakfast, con l’albergo diffuso a coprire un ventaglio di esigenze ulteriormente ampio.

 

In buona sostanza, alcune persone o nuclei familiari acquisterano una casa o un appartamento (dipende dalle singole esigenze e dalle possibilità che emergeranno relativamente alla suddivisione degli spazi in sede progettuale) condividendo nel contempo la proprietà degli spazi destinati all’attività alberghiera. Questa soluzione potrà altresì consentire la creazione di posti di lavoro, tutelando nel contempo l’ambito territoriale ed evitando che l’iniziativa assuma la connotazione di un presepe o di una Disneyland avulsa dal contesto come fin troppe ormai ne esistono, per esempio in Toscana.

 

Ci rendiamo conto che panorama, antiche case arroccate ed ulivi secolari non bastano ad attirare persone. Windsurf, vela, mountain-bike possono essere praticati non essendo necessariamente residenti a Campo. Che fare quindi per attrarre turisti, possibilmente non mordi-e-fuggi? L’idea è quella di strutturare percorsi di benessere fisico e spirituale: attività olistiche, meditative e naturopatiche, preparazione e vendita di prodotti naturali a base di olive, olio, miele, risorse del bosco (per alimentazione, erboristica, cosmetica e via enumerando) organizzazione di eventi, disponibilità di spazi per singoli e gruppi che intendano organizzarvi convegni, incontri e seminari tematici, e magari un luogo dove, favorendo l’avvicinamento all’alimentazione naturale, ritrovare i sapori della tradizione locale, beninteso senza dimenticare quel prezioso corpo fruttifero ipogeo, come viene definito nei trattati naturalistici, che gli intenditori sanno bene dove trovare sulle pendici del Monte Baldo: il tartufo.

 

Questa possibilità si sposa, a nostro avviso, con un’ipotesi a suo tempo ventilata: costituzione di un nucleo permanente di artisti, in una fucina di creatività a contatto con la natura e lontana quanto basta da traffico veicolare, rumori ed altre fonti di disturbo.

 

Se, infine, la distanza tra Campo ed i principali centri limitrofi: Rovereto e Trento, Verona, Desenzano e persino Brescia, potrà consentire ai residenti di recarsi agevolmente al lavoro, la connotazione ecosostenibile del borgo potrà permettere lo sviluppo di un mercato a km zero che promuova i prodotti locali, magari attraverso l’accorpamento ad uno dei numerosi Gruppi di Acquisto Solidale presenti sul territorio.

 

Campo 007

Campo di Brenzone: una gemma il cui recupero non parte mai

Con Deliberazione Regionale n.2802 del 23 novembre 2010 avente come oggetto: Comune di Brenzone – Recupero e valorizzazione storico-culturale, paesaggistica, turistica e ambientale di Brenzone – località Campo; Approvazione della Convenzione relativa alle modalità di attuazione dell’intervento ai sensi della L.R. 13/1999 venne stanziato un importo di 760.000 €,

Nell’agosto 2011, fu approvata dal Consiglio Europeo, e conseguentemente ritenuta finanziabile, la proposta di massima finalizzata al salvataggio di Campo per farne un’accademia del restauro ed un centro di eccellenza per la tutela delle tradizioni artigianali locali, eventualmente non disgiunto da un’attività di albergo diffuso sulla scorta di quanto realizzato in altri borghi abbandonati italiani e previo parere favorevole della Soprintendenza dei Beni Ambientali di Verona. All’uopo venne costituita appositamente la Fondazione Campo – Campo Stiftung ed alcuni studi di massima furono redatti dall’Accademia del Restauro di Raesfeld, in Germania, e da Edilscuola di Verona con il parziale sostegno economico della Fondazione Cariverona.

Numerose le ipotesi progettuali legate al riuso del sito, previo un recupero che nei fatti non è ancora iniziato, non solo per mancanza di fondi.

Se un eventuale plesso museale può avere buone possibilità teoriche di essere realizzato in ragione dell’esiguità degli spazi e degli investimenti occorrenti, così non sembra essere per un centro che salvaguardi l’eccellenza artigiana: “la gente vuole arrivare in auto, diversamente potremo contare solo su un’utenza occasionale” affermava in un’intervista rilasciata tempo fa all’Arena, il quotidiano veronese, un esponente della Confartigianato locale, aggiungendo: “e questo a fronte di investimenti finanziari non indifferenti che, in un momento economico difficile come l’attuale, sarebbe molto arduo recuperare. Certo, sarebbe bello poter educare la gente a non usare l’auto, alle passeggiate nella natura ed ai silenzi, ma il turismo mordi e fuggi non è tarato su questa lunghezza d’onda. E oggi più che mai dobbiamo prendere quello che c’è”. Pessimismo o sano pragmatismo? Sta di fatto che, oltre a qualche convegno e ad alcune pubblicazioni non si è andati.

Un’altra ipotesi sulla quale punta il recupero di Campo è la costituzione di un albergo diffuso, una soluzione che, rispettando e valorizzando il territorio ed i suoi caratteri naturalistici ed antropologici, offre un’ospitalità, generalmente di ottimo livello qualitativo.

Esempi in Italia non ne mancano. Come scrive Giancarlo Dall’Ara nel suo sito www.albergodiffuso.com un albergo diffuso è sostanzialmente due cose:

· un modello di ospitalità originale

· un modello di sviluppo turistico del territorio.

 In estrema sintesi si tratta di una proposta concepita per offrire agli ospiti l’esperienza di vita di un centro storico di una città o di un paese, potendo contare su tutti i servizi alberghieri, cioè su accoglienza, assistenza, ristorazione, spazi e servizi comuni per gli ospiti, alloggiando in case e camere che distano non oltre 200 metri dal “cuore” dell’albergo diffuso: lo stabile nel quale sono situati la reception, gli ambienti comuni, l’area ristoro.

Ma l’AD è anche un modello di sviluppo del territorio che non crea impatto ambientale. Per dare vita ad un Albergo Diffuso infatti non è necessario costruire niente, dato che ci si limita a recuperare/ristrutturare e a mettere in rete quello che esiste già. Inoltre un AD funge da “presidio sociale” e anima i centri storici stimolando iniziative e coinvolgendo i produttori locali considerati come componente chiave dell’offerta. Un AD infatti, grazie all’autenticità della proposta, alla vicinanza delle strutture che lo compongono, e alla presenza di una comunità di residenti riesce a proporre più che un soggiorno, uno stile di vita. Proprio per questo un AD non può nascere in borghi abbandonati.

E poiché offrire uno stile di vita è spesso indipendente dal clima, l’AD è fortemente destagionalizzato, può generare indotto economico e può offrire un contributo per evitare lo spopolamento dei borghi.

La prima idea italiana di Albergo Diffuso nacque dal terremoto che sconvolse il Friuli nel 1976 utilizzando a fini ricettivi turistici le case ristrutturate con i fondi destinati alla ricostruzione. Il progetto-pilota, a firma dell’architetto Carlo Toson, risalente al 1982 e relativo al Borgo Maranzanis di Comeglians nacque da un’idea del poeta e scrittore Leonardo Zanier. All’epoca, in una logica di marketing l’approccio iniziale poteva essere definito product oriented: si tenevano cioè in considerazione le prospettive di sviluppo del territorio e le aspettative dei proprietari delle case, ma si trascuravano le esigenze degli ospiti. Oggi il modelo dell’Albergo Diffuso, normato da 13 regioni italiane come modello orizzontale sostenibile, attrattore per i centri storici ed i borghi, non offre solo posti letto bensì il concetto di albergo che non si costruisce, respirando lo stile di vita del borgo grazie alla possibilità di alloggiare in case che si trovano in mezzo a quelle dei residenti, vale a dire nell’ambito di una comunità viva. Diversamente si tratterebbe di un villaggio per turisti.

Esistono attualmente diversi alberghi diffusi, attivi con successo; ai primi costituitisi in Friuli a Sauris, in Sardegna a Bosa, in Puglia ad Alberobello se ne sono aggiunti nelle Marche, in Abruzzo, nel Lazio, in Molise, in Toscana, in Trentino Alto Adige ed in Basilicata dove una particolare menzione merita l’albergo diffuso Grotte della Civita di Matera, realizzato ricavando residenze dagli storici Sassi, mentre di quello denominato Sextantio, in Abruzzo, riferiamo a parte in ragione delle sue caratteristiche di unicità.

 

Campo 012

 

Non è un paese per auto: Frasnedo, il borgo senza strade

Scarponcini ai piedi e camminata in salita di almeno due ore lungo una mulattiera nel bosco dominato da castagni, agevole ma che in alcuni tratti è a gradoni da togliere il fiato. Solo a queste condizioni la Valle dei Ratti si lascia scoprire.
Il toponimo origina da un’antica famiglia comasca che qui vi possedeva numerosi pregiati alpeggi, e la valle è percorsa in tutti i suoi 11 km dal torrente omonimo che sorge dal Pizzo Ligoncio, a 3.038 metri di quota per sfociare nel Lago di Mezzola.
La valle ed il suo principale nucleo abitato, Frasnedo, costituiscono un emblema di quella montagna quanto mai viva, perché ha saputo evitare l’arrembaggio di turisti in cerca di paradisi a portata di automobile. La strada carrozzabile si arresta dopo numerosi tornanti a pochi chilometri dall’abitato di Verceia ad un’altitudine di circa 600 metri. Per questa ragione la valle resta là, nascosta, alle spalle della Costiera dei Cech, con le sue ampie possibilità escursionistiche note in una comunque ampia cerchia di intenditori e appassionati, regno degli abitanti di Verceia che d’estate animano il nucleo di Frasnedo guardando gli arditi forestieri senza diffidenza ma con l’orgoglio di chi si sente sovrano di un lembo alpino denso di storia e di tradizioni.
La valle, la prima orientale che s’incontra entrando da sud in Valchiavenna, scende ripida con andamento Est-Ovest dalle vette granitiche del nodo del Ligoncio, che ha come vetta principale il pizzo omonimo dal quale si dipartono anche le valli Codera e Masino. Sul suo versante orientale si erge, tra gli altri, il monte Spluga e dalla valle si accede ad importanti passi: oltre al Piana, al Visogno ed al Colino i passi gemelli di Primalpia – etimologicamente la prima fra le Alpi ovvero l’Alpe per eccellenza – a quota 2.476, e la Bocchetta di Spluga, a 2.526, che congiungono l’alta Valle dei Ratti alla Val Masino.
Il Rifugio Volta del C.A.I. di Como ed il Bivacco Primalpia realizzato e gestito dalla Comunità locale costuiscono punti di approdo sicuri per escursioni ed arrampicate, nonché talvolta per la sosta temporanea di chi conduce agli alpeggi in quota le mandrie, dal latte delle quali si ricavano d’estate ottimi formaggi grassi.
Per salire a Frasnedo è necessario percorrere la mulattiera, indicata dal segnavia, che dopo un primo tratto scalinato, risale il fianco di una sorta di promontorio dal quale si inizia a guadagnare quota prendendo verso Est e transitando a quota 664 presso una cappelletta per traguardare, a quota 910 fra tronchi di antichi castagni, i binari del Tracciolino, particolare ferrovia decauville che con tracciato pianeggiante sviluppato per km 11,786 congiunge il bacino di carico di Codera per l’adduzione alla centrale idroelettrica di Campo di Novate, con la diga di Moledana. Venne realizzata nel 1933 per trasferire i materiali da costruzione necessari ad erigere la diga in val Codera e dal suo straordinario percorso, che taglia valloni orridi e verticali, si possono ammirare panorami mozzafiato. Meriterebbe una riqualificazione turistica, possibile a costi contenuti, ma non siamo nella vicina Svizzera.CC 2018.06.19 Cartina FrasnedoLasciando sulla destra il tratto ferroviario che finisce alla diga di Moledana, eretta all’imbocco di un orrido che scende a perpendicolo per ottanta metri, si prosegue lungo la mulattiera per Frasnedo sino a raggiungere il nucleo abitato di Casten, che deve il nome alla massiccia presenza dei castagni, incontrastati dominatori di questa parte della valle.
Salendo ancora ci si affaccia alla soglia della media valle, presidiata da una cappelletta a quota 1.171 e denominata della Val d’Inferno, dal nome del vallone laterale che precipita da nord nel solco principale della valle.
Da qui si inizia a vedere, in alto sulla sinistra, Frasnedo, il borgo a quota 1.287 che sorge sotto il crestone che divide la valle dal vallone di Revelaso e deve il toponimo ai molti frassini presenti.
Un tempo era abitato tutto l’anno ma, com’è accaduto a molti borghi montani, cadde in uno stato di pressoché completo abbandono. Oggi si anima nella stagione estiva dopo che i cittadini di Verceia, fieri del fatto che la valle sia rimasta immune dal cosiddetto progresso, hanno recuperato con le loro mani – molti sono muratori – vecchie case e fienili ereditati per venire quassù a trascorrere le ferie, falciare il fieno o portare le vacche. Gli approvvigionamenti sono assicurati da una teleferica voluta e gestita dal consorzio formato dagli stessi abitanti di Frasnedo e della quale tutti sono piuttosto fieri. Nel mese di agosto il villaggio è animato da svariate feste, alcune delle quali evocano sensazioni antiche.
Davanti alla chiesetta consacrata alla Madonna delle Nevi, alla quale è dedicata la più importante delle feste agostane con fiaccolata notturna, si erge un grande olmo montano, censito nel 1999 fra gli alberi monumentali della Provincia di Sondrio per il suo portamento, la sua eleganza ed anche la sua rarità botanica a questa quota: la circonferenza del suo tronco misura 270 cm ed è alto 10 metri. La chiesetta è posta in posizione rialzata, rispetto al corpo centrale del paese e la sua collocazione permette di vivere la sensazione di una curiosa sospensione: guardando oltre la soglia della bassa valle si scorge uno spicchio del lago di Mezzola, mentre volgendo lo sguardo alla testata della valle torreggia il monte Spluga, in una dimensione intrisa di suggestione e mistero. Anche qui, come in tanti altri luoghi remoti della montagna alpina, sono fiorite numerose leggende.
Poco discosto dall’abitato, presso la stazione di arrivo della teleferica, vi è un’accogliente struttura dotata di bar, connessione wi-fi e possibilità di pernottamento sino a trenta posti letto: è il Rifugio Frasnedo che, in questo scenario naturalistico e paesaggistico di notevole bellezza offre massima disponibilità e cordialità, ed il cui ristorante propone gustosi piatti tipici locali.
Una chicca, che la dice lunga sui valori condivisi in valle: anche quest’anno è prevista una lotteria ferragostana. I premi principali? una capra ed una motosega.

Alberto C. Steiner

 

 

 

 

Se la finanza creativa mette le mani sull’Acqua

Scommettiamo che… e se fosse l’Acqua il prossimo eldorado della finanza creativa?

E’ del 1983 Trading places, in italiano Una poltrona per due, girato da John Landis ed interpretato da Dan Aykroyd, Eddie Murphy e Jamie Lee Curtis; il film, estremamente istruttivo sotto il profilo sociologico, propone nella non casuale scenografia della Borsa di Chicago, dove vennero inventati, uno spaccato del mercato dei futures e delle commodities, nel caso specifico relativi al mercato del succo d’arancia.

Dal film alla realtà: negli ultimi tempi le vicende legate al Monte dei Paschi di Siena hanno posto per l’ennesima volta sotto i riflettori quella nuova frontiera o, meglio, terra di nessuno costituita dalla finanza creativa dei derivati e dell’utilizzo spregiudicato e pericolosissimo che se ne fa. Ma ciò che i mezzi di informazione riferiscono è nulla rispetto a quanto già sta accadendo nei chiaroscuri dell’alta finanza: un modo assurdo di fare soldi a palate scommettendo sulle nostre paure più ancestrali. Considerato che non c’è nulla di più catastrofico che scommettere sulle riserve mondiali di cibo, che sia il caso di cominciare a domandarsi quale risorsa globale costituirà il prossimo derivato finanziario? Se fosse arrivata la volta dell’acqua?

In realtà l’Acqua è da tempo nel mirino della speculazione: banche d’affari, fondi di investimento, multinazionali ed altri attori economici mondiali, compresi FMI e Banca Mondiale, sono già pronti a mettere la mani su questa fonte primaria per la vita umana. La mafia lo fa già da tempo…

Friedrick Kaufman, professore presso la City University di New York, in un articolo apparso sulla testata britannica Nature e ripreso il 21 dicembre 2012 da Internazionale sostiene che la prossima grande risorsa mondiale non sarà costituita da oro, grano o petrolio bensì da acqua. L’acqua potabile, poiché entro un ventennio almeno tre miliardi di persone avranno problemi a reperire quella necessaria per vivere.

Questo scenario, scandito dall’ossessione per la penuria idrica mentre estati interminabili e caldissime si ripetono con cadenza allarmante rappresenta il massimo che uno speculatore possa desiderare. Gli investitori adorano le situazioni apocalittiche: violenza e caos nascondono sempre possibilità di guadagno e creare denaro speculando sulla mancanza d’acqua in un’area geografica o in un settore, non è una previsione fantascientifica bensì una realtà molto vicina.

E per la finanza creativa – che produce molto di più del Pil mondiale ed è passata dai 500 miliardi di dollari del 1980 agli oltre 60 trilioni di dollari di oggi, cifra che molti hanno sentito pronunciare solo da Zio Paperone, la paura è sempre un ottimo affare. Oggi i grandi profitti, generati da strumenti finanziari totalmente separati dalla realtà, non nascono più dalla compravendita di oggetti e di beni: case, grano, auto ma dalla manipolazione di concetti eterei come rischio e collateralizzazione del debito. Ed a quanto pare investire in un indice del mercato dell’acqua sta diventando un’idea sempre più appetibile.

 

Una poltrona per due 005

Barsac, luogo di sauternes e galline netturbine

Ovvero: come risparmiare, ridurre i rifiuti ed avere uova freschissime. Gratis o quasi…

 

Barsac è una cittadina della Gironda, sulla riva sinistra della Garonna, conta circa 2.000 abitanti ed il suo sindaco, Philippe Meynard, per ridurre gli oneri di smaltimento dei rifiuti organici, ha avuto un’idea geniale: ha donato una coppia di galline a circa 150 famiglie. La decisione, solo apparentemente bizzarra,  origina da un calcolo preciso: in un anno ogni coppia di volatili mangia circa 300 kg di rifiuti alimentari domestici (pane secco, scarti di frutta e verdura, persino piccole ossa) produce 400 uova e una discreta quantità di escrementi, utilizzabili come ottimo concime per gli orti familiari.

 

Barsac 002

 

Le famiglie che hanno ricevuto le galline si sono impegnate a tenerle per un biennio, curandole e non mettendo galli nei pollai. Potranno vendere le uova eventualmente eccedenti il consumo familiare al mercato locale.

 

L’idea, che consentirà alle casse comunali un risparmio di almeno 5.000 euro l’anno, ha riscosso successo, tanto è vero che è stata ripresa da altri comuni della zona.

 

Fin qui la notizia. L’iniziativa, simpatica ed a suo modo grandiosa come tutte le cose semplici, si sintonizza a pieno titolo con il nostro sentire in materia di ecosostenibilità. Ma non stupisce se esaminiamo il pabulum che l’ha generata. Barsac non è una città qualsiasi, vi si produce uno dei vini più famosi al mondo con metodi rigorosamente biodinamici, con la parassitosi delle vigne debellata attraverso una delle tecniche più semplici e naturali che si conoscano: piantando rose accanto alle viti e contronandole con aglio.

 

La città dà il nome al Barsac AOC, equivalente alla nostra IGT, vino bianco dolce che può fregiarsi dell’appellativo di Sauternes Barsac e che include il Crescite Prima Château Climens e il Château Coutet.

 

Si ritiene che la viticoltura francese abbia origini romane. I vini dolci e muffati erano anticamente molto ricercati e diffusi, essendo particolarmente apprezzati dai Greci dai quali i Romani mediarono stili e tecniche. La tecnica enologica ed il gusto si sono evoluti nel corso del tempo, privilegiando vini secchi che in anticamente non sarebbero stati probabilmente apprezzati. Ma la preferenza per i vini dolci, unitamente al loro fascino ed eleganza, gode ancora di largo consenso da parte degli appassionati e la Grecia, cui va riconosciuto il merito di avere contribuito alla diffusione ed all’apprezzamento di questi vini, produce ancora interessanti qualità: fra i più celebri il Moscato di Samos, prodotto nell’isola omonima, e quello di Patrasso, entrambi da uva Moscato bianco. Un altro vino che ha goduto di ampia fama in antichità è il Commandaria, un dolce da uve Mavro e Xynisteri che può anche essere fortificato ed è oggi considerato una rarità: viene prodotto nell’isola di Cipro, si dice che il vitigno fosse stato introdotto, portandolo dalla Terrasanta, dai Templari.

 

Barsac 001

E io ti bagno il naso: il Gioco dell’Oca ecosostenibile

No, niente Versailles o Colorno, detta la Versailles dei Duchi di Parma. Il viaggio che proponiamo, nell’ambito della solidarietà sociale e dell’educazione al consumo responsabile, può indifferentemente svolgersi sul tavolo, per terra, nel prato, in spiaggia.

 

Il Gioco dell’H2Oca è una rivisitazione ecosostenibile del Gioco dell’Oca che più o meno tutti conosciamo dall’infanzia. Con una particolarità: per vincere bisogna letteralmente bagnare il naso agli avversari. Si, perché il gioco è dedicato all’Acqua, alla sua storia ed alle sue particolarità.

 

Elaborato da Clementoni – storica azienda produttrice di giochi educativi – con il sostegno di Banca Popolare Etica e della Fondazione Comunitaria Provincia di Lodi, si avvale dell’esperienza in materia idrica del Movimento per la Lotta contro la Fame nel Mondo, organizzazione umanitaria che dal 1964 realizza progetti  di sviluppo idrico per aiutare le popolazioni meno fortunate, dando loro acqua potabile: riabilita acquedotti, costruisce pozzi, porta acqua pulita nei villaggi operando prevalentemente in Niger, Togo, Tanzania e Haiti.

 

Gioco Oca ecosostenibile

 

Il classico percorso della pedina verso la mitica Casella 63 diventa un divertente ed avvincente viaggio di esplorazione di tutte le sfaccettature del tema idrico, ma la strada è tutt’altro che spianata: per proseguire in avanti e raggiungere il traguardo, bisogna fornire la corretta risposta a 132 divertenti domande sull’oro blu.

 

Un messaggio importante per grandi e piccoli inteso a costituire un progetto di sensibilizzazione sul tema idrico, finalizzato ad informare e far riflettere bambini ed adulti. MLFM ha voluto unire le sue esperienze in campo idrico ed educativo per incoraggiare, anche attraverso questo nuovo strumento, una cultura idrica responsabile e sostenibile, per combattere gli sprechi di acqua nelle pratiche quotidiane e per favorire un cambiamento consapevole e virtuoso nei consumi idrici. Ma soprattutto, per diffondere un messaggio quanto mai attuale ed urgente da comunicare: l’oro blu è un bene prezioso, limitato benché presente in quantità enormi, e per questi motivi va tutelato e utilizzato in maniera appropriata

 

• Sensibilizzando bambini, genitori ed insegnanti sul tema dell’accesso idrico nel Sud del Mondo.

 

• Diventando tutti più responsabili in tema di consumo e spreco idrico.

 

• Aprendo la mente ad una visione più ampia della realtà ed allargare i propri orizzonti di conoscenza.

 

• Stimolando la curiosità in modo piacevole e ludico allenando la mente.

L’azione di Cittadinanza Consapevole ha tolto l’acqua europea alle concessioni private

La sua potestà è solamente consultiva e la sua esistenza non è particolarmente nota nel nostro Paese, ma il primo strumento di partecipazione diretta adottato dall’Unione Europea ha già raccolto ben oltre il milione di firme necessarie per una delle prime e più importanti iniziative, partita a febbraio ed attualmente in corso: la proposta legislativa per portare l’Acqua fuori dalla Direttiva Concessioni.

 

L’ICE, Iniziativa dei Cittadini Europei, è uno strumento introdotto dal Trattato di Lisbona ed entrato in vigore ad aprile del 2012 che consente alle organizzazioni della società civile nonché a singoli cittadini di formulare alla Commissione Europea proposte legislative raccogliendo un milione di firme in almeno sette paesi dell’Unione Europea nell’arco di 12 mesi.

 

Per ogni paese è stabilita una soglia minima di validazione parametrata alla popolazione; per l’Italia è fissata in 54.750 firme. Le proposte devono essere coerenti con i Trattati dell’Unione Europea e devono ricadere nei settori di competenza della Commissione: ambiente, agricoltura, trasporti, salute pubblica per citare solo alcuni esempi.

 

Essendo il primo strumento di partecipazione diretta adotatto dall’Unione Europea presenta ancora dei limiti, primo fra tutti la non obbligatorietà per la Commissione di istruire un percorso legislativo.

 

L’utilizzo di questo importante strumento ha però consentito di rafforzare l’azione comune del Movimento Europeo per l’Acqua, portando in Europa l’ iniziativa volta a rendere l’acqua un diritto umano e la voce dei 27 milioni di italiani che il 12 e 13 giugno 2011 votarono a favore della gestione pubblica del servizio idrico.

 

Grazie all’ampio consenso riscontrato il Forum Italiano dei Movimenti per l’acqua prosegue la propria attività promuovendo nuove iniziative in Italia.

 

Ciò che è stato ottenuto, per quanto importante, non è sufficiente. Affinché l’attenzione al problema si mantenga desta al fine di centrare l’obiettivo è necessario che in almeno 7 Paesi si raggiunga la quota minima stabilita. Invitiamo perciò a partecipare all’iniziativa sottoscrivendola. E’ possibile farlo cliccando sull’immagine sottostante:

 

 

 

Clicca qui per firmare

 

I promotori dell’iniziativa ritengono inoltre auspicabile che:

 

– Chi ha firmato convinca almeno altre due persone a farlo

 

– Condivida sui social network la pagina di Acqua Pubblica

 

– Scarichi qui la cover dell’ICE esponendola sul proprio profilo Facebook

 

L’iniziativa dei cittadini europei per l’acqua diritto umano in pochi mesi ha superato il milione e mezzo di firme ed è riuscita già a mettere in imbarazzo la Commissione Europea. Il Commissario Europeo al Mercato Interno, Michel Barnier, ha preso atto della grande mobilitazione sul tema dichiarando che il servizio idrico verrà stralciato dalla Direttiva Concessioni, il provvedimento dedicato alla privatizzazione dei servizi pubblici.

 

Nell’immagine qui sotto: cascate dell’Acquafraggia, allo sbocco della Val Bregaglia, presso l’abitato di Borgonuovo di Piuro in Valchiavenna.

 

Il torrente che le origina nasce a 3.050 metri di altitudine e l’acqua compie un salto di 170 m formando una doppia cascata: aqua fracta significa infatti acqua spezzata.

 

 

 

Cascata Acquafraggia - Valchiavenna

Lecco: iniziativa popolare perché l’acqua sia pubblica

E’ partita a Lecco la raccolta di firme per una delibera d’iniziativa popolare perché la gestione idrica sia pubblica: a due anni dal referendum, la gestione pubblica del servizio idrico su quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno tra due catene non interrotte di monti sarebbe a rischio in quanto il 14 maggio scorso la maggioranza dei sindaci lecchesi ha deciso di affidare per 20 anni la gestione dell’acqua alla società Idroservice facente capo al gruppo Lario Reti Holding il cui obiettivo, come per tutte le società di diritto privato, è conseguire utili. La scelta, in contrasto con il voto espresso da 27 milioni di cittadini il 12 e 13 giugno 2011, oltre 138.000 dei quali in provincia di Lecco, non consente il controllo diretto da parte dei Comuni.

Manifestazione a Lecco
La proposta del Comitato lecchese per l’Acqua pubblica è pertanto quella di costituire un’Azienda Speciale, Ente di diritto pubblico non privatizzabile che non risponde alla logica del profitto, pienamente controllabile dai Comuni e il cui affidamento sarebbe pienamente legittimo, in paerto contrasto con la nomina di Idroservice in quanto Ente di diritto privato portato a conseguire profitti, sul quale Comuni e i Consigli comunali non esercitano nessuna forma di controllo diretto ed il cui affidamento, indicato come potenzialmente illegittimo, può essere fonte di possibili ricorsi.

In sostanza, la proposta del Comitato verte su un servzio idrico affidato ad un’Azienda speciale consortile di diritto pubblico, collocata fuori dalle logiche del mercato, partecipata e controllata attivamente dalle amministrazioni comunali e dalle rispettive cittadinanze. Una scelta considerata l’unica coerente con la volontà popolare espressa nel Referendum del 2011. Per realizzarla, il Comitato ritene indispensabile una grande mobilitazione popolare che sostenga la nostra di delibera al Consiglio Provinciale, considerato il soggetto chiamato ad esprimersi definitivamente, rispettando la dignità ed il voto espresso dai cittadini e garantendo una gestione veramente pubblica del servizio idrico.

In margine alla notizia riteniamo doveroso precisare che, in sintonia con quanto attuato da numerose amministrazioni comunali in ogni parte d’Italia, anche il Comune i Lecco ha varato un progetto finalizzato a promuovere l’utilizzo dell’acqua pubblica di qualità tramite impianti per l’erogazione di acqua naturale e frizzante: un’acqua buona, controllata e sicura, microfiltrata, declorata, sterilizzata e raffreddata, distribuita non a caso per mezzo di bottiglie in vetro anzoché in plastica e denominato Casa dell’Acqua ed attuato mediante cinque distributori pubblici, l’ultimo dei quali inaugurato lunedì 4 febbraio 2013 in via Nullo, presso il Circolo Canottieri e che si aggiunge a quelli già attivi in via Magenta (Zona V Alpini), via Sora (Zona San Giovanni), lungolario Piave (Zona Caviate), in attesa dell’apertura dell’ultimo previsto, in piazza delle Nazioni (Zona Rivabella).

Per parte nostra non possiamo che notare come la proposta del Comitato lecchese sia in sintonia con il nostro sentire: l’acqua è e rimane pubblica – lo afferma del resto la legge – mentre la gestione del servizio distributivo può essere affidata ad una Società di proprietà dei diretti utilizzatori, che si troverebbero così, in un clima di democrazia partecipata, ad essere contemporaneamente azionisti e controllori, a garanzia dell’efficacia e della salubrità del servizio, nonché delle sue tariffe

lecco_grigna